X° Congresso Nahdha. Voltare pagina. E…

Tunisi, 20 Maggio 2016.

Si è aperto, con una cerimonia in grande stile sotto l’ampia volta dello Stadio di Radès, il X° Congresso del partito Nahdha. Sotto la regìa del giovane portavoce del partito, il deputato Osama Al Seghir, eletto nella circoscrizione estero-Italia in duetto con la giovanissima Imen Ben Mohamed, si sono alternati al microfono Abdelfattah Mourou, primo vicepresidente del Parlamento e vicepresidente del partito, il presidente della repubblica Beji Caïd Essebsi, ospite d’onore e già presidente di Nidaa Tounes (il partito avversario di Nahdha) e infine Rachid Ghannouchi, storico fondatore e presidente di Nahdha.
L’argomento dominante di tutti e tre gli interventi è stato quello dell’unità nazionale inteso come valore supremo di ogni politica, a tutela del quale ogni diversità di opinione deve concorrere mettendo in secondo piano ciò che divide e lavorando su ciò che unisce.
In particolare è stata sottolineata, con riferimenti chiari e scanditi con una brevità solenne che ne ha ingigantito il significato, l’importanza di escludere dalla scena politica ogni forma di estremismo radicale, di qualsiasi natura, delegittimato in quanto considerato matrice di terrorismo e di divisioni potenzialmente mortali per quella transizione democratica che trova, nell’assetto istituzionale generato dalla nuova costituzione, il proprio percorso attuativo legittimato dal parlamento eletto dal popolo.

“Dio è sempre dalla parte di chi segue la via della ragione”.
Con queste parole il presidente Essebsi  (avendo forse in mente per altro verso anche il suo ex consigliere Moshen Marzouk) si è rivolto al suo antagonista d’un tempo Rachid Ghannouchi, ringraziandolo per aver guidato il movimento, attraverso una evoluzione costante che lo ha portato ad essere oggi un protagonista della democrazia tunisina.
In effetti, senza una assunzione di responsabilità per il bene comune, assunzione di responsabilità che ha comportato scelte difficili, come quella di rinunciare al potere di governo cedendone la guida, due anni or sono all’indipendente Mehdi Jomaa dopo tre anni nei quali Hamadi Jebali prima e Alì Laarayedh, entrambi esponenti di primo piano di Nahdha (Jebali ne è stato segretario generale prima di dimettersi dalla carica e, a distanza di pochi mesi, dal partito stesso) sarebbe stato complicato arrivare alle elezioni politiche del 21 novembre 2014. Elezioni politiche che videro la vittoria di Nidaa Tounes. Vittoria che, tuttavia, non riuscì a dare al partito fondato da Essebsi, eletto qualche settimana dopo presidente della repubblica dopo il ballottaggio che lo vide contrapporsi al presidente uscente Marzouki, i numeri sufficienti a relegare Nahdha all’opposizione.
Gli eventi successivi hanno registrato un progressivo indebolimento del partito che vinse le elezioni del 2014, culminato nella crisi del novembre 2015. Crisi terribile, che ha portato, con l’uscita del segretario Moshen Marzouk seguito da 31 deputati, al rovesciamento del risultato elettorale riportando Nahdha alla maggioranza relativa.
Si comprende bene, alla luce di questa successione di eventi, come non sarebbe stato possibile, a meno della ragionevolezza che ha portato i due avversari a stringere un patto di governabilità, garantire al paese una continuità nella transizione democratica, già seriamente minacciata da ben tre attentati terroristici (marzo, giugno e novembre 2015) e numerosi attacchi ai militari nelle zone di frontiera. Situazione difficile, dunque, resa ancor più critica dalla precarietà e dalle turbolenze della situazione in Libia, paese vicino la cui frontiera è tuttora zona esposta a minacce di non poco conto.

“Ci sono cinque milioni di ettari di terreno agricolo che potrebbero essere dati ai giovani tunisini”.
Le elezioni amministrative, in vista nel primo semestre del 2017, rappresentano infine per Nahdha (ma non meno per Nidaa Tounes) una ulteriore sfida. Per la prima volta infatti dal 2011 i partiti si contenderanno la guida di 24 regioni (ex governatorati), 264 delegazioni e 281 comuni. Una sfida non priva di insidie per i due maggiori partiti avversari e formanti la coalizione di governo.
Non potevano dunque mancare, come non sono mancate, nel discorso finale di Ghannouchi, concessioni generose al populismo in vista della campagna elettorale, che si aprirà immediatamente dopo il congresso e che si annuncia lunga e combattiva. Ma che non potrà, o meglio non dovrà, comunque mettere in discussione la coalizione di governo pena un caos generale dal quale uscirebbero certamente con le ossa frantumate tanto Nidaa Tounes, già in crisi per conto suo, quanto Nahdha, che da una possibile crisi di governo non trarrebbe certo benefici presso un elettorato già in flessione di ben quasi dieci punti alle elezioni del 2014 rispetto al trionfo del quasi 40% nel 2011.
Nahdha deve far dunque di necessità virtù e puntare tutto sul passaggio da partito delle rivendicazioni di ieri, paladino dei martiri della dittatura e delle antiche battaglie contro il despotismo, a partito di governo tutore del pluralismo e della democrazia ma anche della stabilità. Coniugando, possibilmente, tutto ciò con una politica sociale vòlta all’equilibrio e alla giustizia distributiva. Come? Sostenendo per esempio quella riconciliazione nazionale tanto cara a chi, orfano dell’ancien régime, sta facendo (sempre meno) pazientemente la coda per rientrare in gioco.
Voltando pagina, dunque. Ma soprattutto facendo attenzione, nel voltarla, a non la strappare.

La politica, si dice, è l’arte del compromesso. Soprattutto in democrazia e ancor più in un periodo di transizione democratica alla vigilia di elezioni amministrative che in Tunisia, a sei anni da una insurrezione popolare che ha scosso come un terremoto il nordafrica, potrebbero rivelarsi molto, molto problematiche tanto per Nahda quanto per Nidaa Tunis.

 

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