Un premio Nobel e…

Un premio Nobel e un piazzamento di tutto rispetto nel Guinness dei primati.

Chiagne e fotte”, dicono a Napoli. A Tunisi invece c’è chi lo fa di mestiere e non lo dice, come danno impressione di essere avvezzi a fare certi commentatori del Premio Nobel per la Pace, assegnato al Quartetto per il Dialogo Nazionale (ovvero la Lega Tunisina per i diritti umani, l’Ordine professionale degli avvocati, il sindacato UGTT e l’associazione di categorie UTICA) che si è adoperato per promuovere e sostenere una coalizione di maggioranza che assicuri governabilità stabile superando barriere ideologiche e interessi particolari.
Il rischio di veder naufragare il paese in un pantano politico e sociale era reale dopo le elezioni del 23 ottobre 2014, che non avevano dato a nessuno dei due blocchi contrapposti (Nahdha e Nidaa Tounes) i numeri sufficienti a formare una coalizione di maggioranza. Da una parte Nahdha, uscito piuttosto malconcio da una batosta che aveva fatto perdere una decina di punti, minacciava di paralizzare il paese con una opposizione sistematica a chiunque avesse tentato di formare un governo escludendolo, e dall’altra Nidaa Tounes che se l’è dovuta vedere con le intemperanze di chi, al suo interno voleva prendere il potere a tutti i costi con una maggioranza relativa insufficiente a sostenere un governo monocolore e di quanti, dall’esterno stava puntando il dito contro l’arroganza di certi personaggi che ricordavano un po’ troppo sfacciatamente le ingloriose gesta di un dittatore e del suo partito unico condannati per sempre all’esilio prima dalla cronaca e, finalmente, dalla Storia.
La saggezza dei vecchi leaders non sarebbe bastata a mettere le briglie al cavallo pazzo che galoppava, in quei giorni, da un cervello all’altro. E se molti riconoscono in patria il ruolo fondamentale che il “Quartetto” ha giocato per la pacificazione degli animi, certamente il Premio Nobel che è stato assegnato riconosce, di fronte al mondo intero, agli organismi che lo compongono non solo questo ruolo, ma anche quello di rappresentanti della società civile del paese che, nel suo insieme, ha mostrato di apprezzarne il lavoro svolto per giungere ad una stabilità senza la quale il paese stesso sarebbe, oggi, in preda al caos con tutti i rischi, primo fra tutti quello di una esposizione reale alla minaccia del terrorismo internazionale, giunto alle porte della nazione sui confini libico e algerino.
Girando per le strade di Tunisi, dove confluiscono, per lavoro per affari per studio e per diporto, decine di migliaia di cittadini provenienti da ogni angolo del paese, non è difficile farsi un’idea di come la stragrande maggioranza della popolazione abbia apprezzato, e gioito, di questo premio di risonanza mondiale.
E’ evidente che la Tunisia, dopo questo riconoscimento che appartiene sostanzialmente al popolo, per il semplice fatto che è stato conferito all’insieme delle maggiori rappresentanze della società civile e non ad una singola persona, ha immediatamente registrato un outlook positivo, con ricadute inevitabilmente benefiche sulla credibilità generale del Paese a livello internazionale.
Ma se per quasi tutti i cittadini è stato un giorno di festa, per chi piange di mestiere con lo scopo di farsi i propri affari mendicando compassione in patria e all’estero, è stato indubbiamente un brutto, bruttissimo giorno. Il vizietto di “chiagnere e fottere”, infatti, non è solo una specialità “napoletana”. In Tunisia il “chiagni e fotti” è esercitato con una quantità di varianti spettacolari. Dalla nonna che muore una decina di volte all’anno all’operaia che ha le “regles” tre o quattro volte al mese -esempi del “chiagni e fotti” in scala ridotta a livello individuale- si arriva al “nous sommes un pays pauvre, sans ressources” che è ed è stato il piagnisteo che ogni investitore, piccolo o grande, istituzionale o non che sia, si sente dire tutte le volte che c’è da metter tasca alla saccoccia del danaro per dar vita ad una iniziativa. A quest’ultimo martellante argomento se n’è aggiunto, a partire dal 2011 in poi, un altro, quello del “paese nel caos” e della mancanza di “stabilità” da parte di chi vagheggia un “ritorno ai bei tempi andati” quando si poteva fare ottimi affari attaccandosi al treno della corruzione grossa grassa e allegra di un presidenzialismo a conduzione familiare con primadonna esperta in pelo contropelo e peli superflui e caterva di nipotini al seguito. Ecco, a costoro questo premio Nobel alla società civile tunisina è arrivato come una fastidiosa rottura di scatole che dev’esser minimizzata e squalificata. Ed è esattamente quello che stanno facendo quanti, anziché mostrarsi felici e orgogliosi per questo riconoscimento, hanno il cattivo gusto di chiosare con molti “ma” e qualche “se” persino un premio Nobel. Costoro non avranno mai un Nobel e dovranno accontentarsi di un piazzamento di tutto rispetto, e meritatissimo, in una nuova categoria del Guinness dei primati: quella del “chiagni e fotti”.
E vivaddio!

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