La conta dei coltelli.

Per Roberto Cenni la prima parte della vicenda giudiziaria seguita al fallimento della Sasch si è conclusa con il rinvio a giudizio.
Sarà dunque un processo a stabilire se ci siano state responsabilità penali oppure no.

Ho avuto l’onore di aver fatto parte della consulta del Sindaco Cenni dall’ottobre del 2012.
Ho conosciuto Roberto Cenni, al quale sono stato presentato da un amico, un grande amico di sempre, il dottor Dante Mondanelli, durante un mio breve soggiorno a Prato nel dicembre del 2010 e ne ho subito apprezzato il carattere schietto e lo stile diretto nel manifestare il proprio pensiero. Negli anni successivi si è cementata un’amicizia sincera, maturata e rafforzata in quello che forse è stato il periodo più duro e difficile della sua vita di imprenditore e di uomo dedicato, più che alla politica, alla passione per il bene della sua città.

Diventato sindaco, come gli ho sentito dire più d’una volta, più per gli errori dei suoi avversari che per altro, ha svolto il suo mandato in modo ineccepibile, pur fra le innumerevoli difficoltà che ha dovuto affrontare, non ultime quelle di una coalizione di maggioranza sempre sul punto di tracollare. Da sindaco ha sempre anteposto gli interessi della cittadinanza a quelli dei partiti che lo avevano sostenuto nella sua candidatura a primo cittadino e non ha mai ceduto di fronte alle difficoltà, sia quelle legate alla vicenda della Sasch, sia quelle che un’opposizione rabbiosa e furiosa ha orchestrato fin dal primo giorno del suo mandato inscenando squallidi teatrini per attaccare sul piano personale chi era inattaccabile sul piano politico. Un’opposizione che, tornata da più di un anno alla guida della città, è riuscita a dare il peggio di sé riducendo in pochi mesi la città ad un Bronx dominato dalla micro e dalla macrocriminalità.
Sono personalmente convinto dell’assoluta e totale estraneità di Roberto Cenni da qualsiasi elemento che possa solo minimamente intaccare la sua probità morale. Il fallimento dell’azienda di famiglia è stato un dramma che si colloca in un contesto di crisi generale che ha visto il crollo non solo della sua, ma di migliaia di altre aziende, specie nel settore tessile e dell’abbigliamento.

L’isolamento del caso Sasch da questo contesto generale rappresenta, a mio parere, un errore che, se non fosse vivo e ragionevolmente giustificato il dubbio di una strumentalizzazione politica del caso, apparirebbe grossolano anche al più distratto degli osservatori.
Tre anni di indagini, nel corso delle quali non sono mancati fatti, come quello della nomina a curatore di un avversario politico diretto, poi costretto alle dimissioni, che hanno giustificato questo dubbio, hanno portato ad una richiesta di rinvio a giudizio basata, almeno per quanto ci è dato di sapere dai primi resoconti pubblicati dalla stampa locale, più su un coacervo di teoremi ex-post che su fatti specifici precisi e oggettivi.
La richiesta di un patteggiamento era stata avanzata unicamente allo scopo di metter fine allo stillicidio spesso pluridecennale che i tempi della giustizia in Italia promettono nel caso di un procedimento giudiziario. Procedimento che, per i tempi della macchina infernale della giustizia italiana, si trasforma in una condanna preventiva per chi la costituzione teoricamente tutela con la presunzione di innocenza.

Roberto Cenni ha accolto questa decisione con la consueta forza d’animo e con la dignità di chi, consapevole della propria innocenza, è pronto a battersi per far valere le proprie ragioni.
Anche per questo, oggi più che mai, gli manifesto la mia rinnovata stima e mi confermo suo amico ed estimatore.
Un proverbio arabo dice che, quando il vitello cade, i coltelli si moltiplicano. Roberto Cenni non è caduto e non cadrà, ma i coltelli si sono moltiplicati da anni prima intorno alla sua persona di Sindaco, oggi intorno ad una città il cui saccheggio lo abbiamo letto tanto nelle pagine delle indagini dell’Autorità per il Mercato e la Concorrenza sulla vicenda Estra-Consiag, quanto nelle pieghe e nei risvolti della vicenda Swap a proposito della quale la stessa magistratura pratese ebbe a parlare di “incompetenza” di personaggi che la politica ha premiato rimandandoli ad amministrare ancora una volta l’ente locale già funestato dalla loro riconosciuta mancanza di competenza.
Questi coltelli li abbiamo contati tutti, ad uno ad uno.

Ci aspettiamo che li abbia contati anche chi ha il potere e il dovere di amministrare la giustizia a Prato. Perché di una giustizia che si benda gli occhi una volta si e una volta no a seconda di chi ha davanti a se, e che usa una bilancia truccata adottando pesi e misure diverse a seconda del caso no, non possiamo proprio fidarci.

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