Perire al fine a l’intrar de la foce.

Perire al fine a l’intrar de la foce.
Tunisi, 27 Giugno 2013

“…e legno vidi già dritto e veloce
correr lo mar per tutto suo cammino,
perire al fine a l’intrar de la foce.”
(Dante, Divina Commedia, Paradiso, XIII, 136-138)

In Tunisia devono decidersi una buona volta per tutte.
Dopo la caduta del regime sono rimasti al loro posto, più o meno indisturbati (a seconda dei casi), molti degli attori e moltissime comparse della scena criminale internazionale, specialmente quella collegata al riciclaggio del danaro sporco e del contrabbando di stupefacenti e di alcool che faceva capo al clan Ben Alì-Trabelsi.
La corruzione era arrivata a infettare in modo profondo molti apparati pubblici, inevitabilmente coinvolti in questa rete di malaffare.
La scelta di una “transizione” democratica al posto delle forche rivoluzionarie è stata saggia, ma non sono state prese tutte le necessarie misure per bilanciarla con un’azione mirata di pulizia assolutamente necessaria per mettere in sicurezza questa “transizione“.
La diplomazia internazionale ha avuto un ruolo pesante nella scelta di questa rinuncia.
A Palermo, per esempio, dove il potentissimo Consolato Generale da sempre legato a doppio nodo alla dittatura di Ben Alì, dove ci si sarebbe ragionevolmente aspettato che ci fosse un cambiamento radicale ed un rapidissimo rinnovamento della rappresentanza diplomatica, nulla cambiò nel 2011 e nulla è cambiato sino ad oggi.
Crocetta, da parte sua, ci ha messo del suo nominando capo di gabinetto di un assessorato del governo dell’isola uno degli elementi chiave di questo Consolato tunisino.
E’ non solo ragionevole, ma direi addirittura obbligatorio pensare che gran parte degli attori e delle comparse della scena di criminalità diffusa legata alla dittatura, rimasti a piede libero, facciano tutto quello che è nelle loro possibilità per tentare di far naufragare questa nuova e ancora debole democrazia per un ritorno ad un regime dittatoriale passando per il presidenzialismo. Con un uomo solo al comando le negoziazioni si fanno meglio, anche perché si può facilmente promuovere al ruolo di presidente un personaggio “amico” finanziandogli una campagna elettorale ben organizzata. In un piccolo paese con dodici milioni di abitanti il gioco è fin troppo facile.
Ma per arrivare a questo traguardo bisogna passare attraverso libere elezioni per non rischiare di essere classificati come dittatura sin dall’inizio, cosa che esporrebbe di nuovo il paese al rischio di nuove insurrezioni. Il metodo migliore resta sempre quello della strategia del terrore.
E’ questa, a mio parere, la chiave di lettura della serie di azioni terroristiche che, a partire dal 2013, hanno caratterizzato questa delicatissima fase della “transizione” democratica.
Che senso avrebbero, altrimenti, gli omicidi compiuti con il rituale del killeraggio di Chokri Belaïd il 6 febbraio del 2013 e di Mohamed Brahmi il 25 luglio dello stesso anno? E che senso avrebbe il tentativo del settembre dello stesso anno a Sousse di far saltare per aria un albergo, andato a monte per l’intervento della sorveglianza che ha impedito al giovane di entrare nell’albergo costringendolo a rinunciare all’azione e perciò fatto saltare per aria quando tentava di liberarsi sulla spiaggia antistante l’albergo della cintura esplosiva? E quale altro sarebbe l’obiettivo delle due stragi, quella del Bardo nel mese di marzo e quella di ieri a Sousse, se non quello di far salire la tensione in una cittadinanza (che già comincia a rimpiangere il regime di Ben Alì) per tornare ad una nuova dittatura?
In Tunisia chi ha ricevuto il mandato dagli elettori per governare il paese deve decidersi: o fare pulizia profonda una volta per tutte o rassegnarsi ad una deriva autoritaria che riporterà presto il paese in mano ad un uomo solo al comando, con conseguenze catastrofiche per l’avvenire di un paese che rischia di veder naufragare la fragile imbarcazione della democrazia prima che approdi nelle acque di un porto sicuro.

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