Habib stai sereno. Vado, sistemo l’America e torno.

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Partito alla volta di Washington a bordo d’un Boeing presidenziale e con un seguito imperiale, il presidente tunisino Beji Caïd Essebsi ha già incontrato il segretario di stato Kerry e non si è fatto mancare la foto-ricordo con l’ospite americano, estasiato di fronte all’imponente corte di Re Beji Caïd I° Sovrano di tutte le Tunisie Riunite. Accanto a lui il delfino di tutte le stagioni Mohsen Marzouk, che pur essendo di fresca nomina segretario d’un partito (ovviamente Nidaa Tounes) ha mantenuto, per l’occasione, il suo ruolo di “ministro” consigliere politico di Re Beji Caïd I°. C’era, ovviamente una nutrita rappresentanza del partito con ministri e sottosegretari al governo del povero Essid, che è stato lasciato a casa o, forse, ha preferito restare a Tunisi. Per dare meno nell’occhio e mascherare un po’ alla meno peggio questa delegazione di Nidaa Tounes a Washington, il vecchio monarca, che crede d’esser furbo come una volpe, ha fatto salire a bordo del suo aereo anche quattro deputati rappresentanti del quadripartito della coalizione del governo Essid. Un governo che esce, a dire il vero, piuttosto malconcio da questa performance presidenzialista di dubbia costituzionalità.

A firmare, udite udite, nientemeno che un protocollo d’intesa (espressione che in gergo politico è divetata sinonimo del nulla assoluto) con gli USA non c’era, infatti, il buon Essid, ma lui: l’onnipotente segretario del partito Nidaa Tounes Mohsen Marzouk sotto le ormai decadute, e quindi mentite, spoglie di ministro consigliere politico dell’inquilino di Cartagine. Testimoni i membri del governo telecomandato da Cartagine e i quattro dell’Ave Maria sorridenti e beati, almeno sino a quando non sono stati bacchettati sonoramente da Essebsi, che ha dichiarato di esserseli portati dietro solo perché tornino in parlamento latori dell’ordine di sbrigarsi a far quattro leggi che riportino la Tunisia alle glorie del presidenzialismo (possibilmente a vita) e il Palazzo di Cartagine agli antichi fasti di Bourguiba e del suo delfino successore Ben Alì.
Oggi Beji Caïd Essebsi incontrerà il presidente degli Stati Uniti d’America Barack Obama (qualcuno spera che non lo chiami Franklin Delano Roosevelt) con il quale al termine dell’incontro terrà, pensate un po’, una dichiarazione congiunta. Evento cosmico.

A giudicare dalla fanfara intonata da un noto mensile locale (che non nomino per questione di decenza), al quale è andata l’eredità della vecchia La Presse di cui ripete riservandole ad Essebsi (e lo fa con indiscussa fedeltà) le prodezze adulatorie che il quotidiano riservava al dittatore scappato con il malloppo in Arabia Saudita, questa visita è di capitale importanza per la Tunisia. Forse è per questo, per ono oscurare l’importanza mondiale di questa visita che quel mensile non ha speso neanche mezza parola sulla visita di stato del presidente della repubblica italiana Sergio Mattarella. Pare addirittura che negli ambienti politici di Tunisi quando si fa il nome del presidente italiano si chieda malignamente “Mattarella chi?”. Ma questa è ormai storia, anzi cronaca passata. La Tunisia di Essebsi guarda lontano, oltre Lampedusa e punta dritto alla Statua della Libertà, che ha il doppio valore aggiunto di rappresentare, in uno solo, gli unici due paesi che contano per il novantenne Essebsi: Francia e Stati Uniti.

In effetti, la firma di un protocollo d’intesa e una dichiarazione congiunta sono due cose un po’ costose invero, ma che rivelano in modo straordinario quella che potremmo definire ormai l’insostenibile leggerezza dell’essere di una rivoluzione davvero rivoluzionaria che al posto delle forche e dei patiboli è passata direttamente alla restaurazione.
Con buona pace di chi ci ha lasciato la pelle e tanti saluti a chi ha investito e creduto nel cambiamento.

Forse è arrivato il momento di dire al popolo tunisino le cose come stanno. Ma non saranno certamente le riviste mensili patinate a farlo. Questi scherzano con il fuoco. Evidentemente hanno già dimenticato cos’è successo quel quattordici gennaio di appena quattro anni or sono. E quello che potrebbe avvenire nel corso d’un remake Dio solo lo sa.

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