Presidenziali a Tunisi.

Giacomo-Fiaschi-Video1

Presidenziali a Tunisi.
21 Dicembre 2014

Il 14 gennaio 2015 è alle porte e la Tunisia oggi, domenica 21 dicembre 2014 è alle urne per scegliere al secondo turno un presidente.
A contendersi il posto di inquilino del palazzo di Cartagine sono rimasti in due: un quasi settantenne, il presidente uscente Moncef Marzouki, capo del partito CPR, che è uscito bastonato dalle elezioni politiche del 21 ottobre di quest’anno, e un quasi novantenne, Beji Caïd Essebsi, capo di un partito nato in laboratorio nel 2012 assemblando membri provenienti da formazioni-cadavere riportate in vita dagli scossoni d’una forte corrente reazionaria.
Un partito-Frankenstein che, pur avendo guadagnato la maggioranza relativa alle elezioni politiche, non è, tuttavia, riuscito ad ottenere i numeri necessari a poter tornare alla posizione egemonica del partito unico -ut erat in votis- e che, per governare, dovrà fare necessariamente alleanza con Nahdha, il partito di palese ispirazione islamica, uscito secondo dalla competizione elettorale.
Amaro destino per un Essebsi-Catone, che aveva puntato tutto sul “Nahdha delenda” e se l’è ritrovata tra i piedi, incattivita dalla batostina elettorale dalla quale è uscita seconda si, ma con un pacchetto di voti che le garantisce un potenziale di disturbo gigantesco nel momento in cui dovesse essere relegata all’opposizione.
Nahdha aveva scelto, già prima delle politiche, di non presentare un proprio candidato alle elezioni presidenziali, il che ha mandato su tutte le furie Hamadi Jebali al quale, dopo essersi dimesso da presidente del consiglio dei ministri prima e da segretario generale del partito poi, non è restato altro che dimettersi dal partito.
Con le elezioni di oggi, che pur essendo elezioni dirette del Capo dello Stato restano sempre elezioni di un presidente di una repubblica parlamentare, almeno stando alle norme dettate dalla nuova costituzione che il Paese si è dato alla fine di febbraio di quest’anno, si ha l’impressione di assistere alle elezioni di un presidente d’una repubblica presidenziale. D’un uomo della provvidenza, insomma, che salvi il paese dal caos e dall’anarchia, insomma dalle conseguenze d’una democrazia che stenta a dimostrarsi capace di governare autorevolmente il paese.
Certo che parlare di democrazia quando ad un solo partito toccano, insieme, la presidenza del parlamento, già assegnata, molto probabilmente le presidenza del consiglio dei ministri e, con le elezioni odierne, probabilmente anche la presidenza della repubblica, appare quanto meno esagerato.
Ma tant’è. La democrazia è libertà di scegliere quello che si vuole, e sono i numeri che contano. E quando la maggioranza sceglie di rinunciare alla democrazia allora si arriva al paradosso d’una dittatura democraticamente eletta. Un po’ come è successo in Italia, insomma. E allora? Allora godi popolo!

Una cara amica, nel commentare la situazione tunisina, mi faceva notare che nell’antica Roma succedeva che quando ad uno schiavo veniva ridata la libertà, non di rado egli tornava dal suo ex-padrone perché non riusciva ad adattarsi alla condizione di uomo libero.

Sono già passati quattro anni da quel 14 gennaio del 2011, giorno della cosiddetta “rivoluzione”. Non sappiamo ancora se e come passerà alla storia. La cronaca raccontata dai media francofoni e francofili locali, per il momento, sta cercando di relegarlo nell’archivio dei fatti minori. E queste elezioni presidenziali in una repubblica parlamentare potrebbero spingere fortemente proprio in questa direzione.

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