Nahdha, le dimissioni…

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Tunisia. Elezioni 2014: Nahdha, le dimissioni di Jebali, la vecchia DC, i ferrivecchi dell’ancien régime e altro ancora.
di Giacomo Fiaschi
Tunisi, 16 Luglio 2014

Arrivare alle elezioni politiche a fine ottobre, dopo una campagna elettorale che non sarà certamente fra le più facili da organizzare, con un segretario generale del partito dimissionario non era certo immaginabile.
E così Alì Laarahyed, dopo aver preso una prima volta il posto di Hamadi Jebali, dimessosi dalla guida del governo nel febbraio 2013, lo rimpiazza per una seconda volta, a distanza d’un anno e mezzo, alla guida del partito.
La decisione era nell’aria da un bel po’, considerando che le dimissioni di Hamadi Jebali, formalizzate all’inizio del 2014 hanno, di fatto, ratificato una situazione paradossale che vedeva da più di un anno e mezzo il partito di maggioranza con un segretario generale totalmente assente, non solo dal suo ufficio, ma anche dalle vicende del partito stesso.

In realtà tutto fa pensare una soluzione di emergenza, adottata in extremis alla vigilia della campagna elettorale per evitare di esporre il partito privato della figura di un segretario generale, ad una inevitabile esposizione mediatica molto critica che ne avrebbe logorato l’immagine anche dal punto di vista dell’organizzazione interna.
Nahdha già ha dovuto superare le difficoltà di una barriera pregiudiziale intonata sul diapason dell’islamofobìa ma basata, sostanzialmente, sulle istanze dei comitati di affari che animano la maggior parte dei partiti cosiddetti “laici”, in mano a quella che possiamo definire, più che classe dirigente, classe dominante. La stessa classe dominante che, in Tunisia come altrove, impone scelte indiscusse e indiscutibili, argomentate con gli assiomi della dogmatica di una religione che ha sostituito l’idea di Dio con quella del potere finanziario.

Non sarà facile per Nahdha mantenere la postazione raggiunta nell’ottobre del 2011 quando si affermò con oltre il 41% dei voti nelle elezioni per l’Assemblea Costituente. Difficile, dunque, ma non impossibile. Il partito di Rashid Ghannouchi dovrà combattere su due fronti dove sono schierate forze molto diverse fra loro, divise su tutto e alla ricerca dell’unione mediante lo stesso collante: la contrapposizione a Nahdha.
Tuttavia, se ciò che divide il fronte anti-Nahdha ha origine da elementi certi, primo fra tutti uno sfrenato desiderio di ciascuno di primeggiare sugli altri, ciò che dovrebbe unire non è altrettanto certo. L’islamofobia, per esempio, definita pittorescamente da qualcuno il preservativo bucato delle dittature, non regge e non convince quasi più nessuno.
Resta la critica ad una presunta mancanza di “competenza” tecnico-politica ma, al confronto con le presunte “competenze”, non regge neanche questa.

L’unica motivazione che sembra reggere resta quella delle lobbies legate al vecchio regime, che possono contare, oltre che sulle proprie forze, sull’appoggio esterno di gruppi d’interessi privati, spesso caratterizzati da una fortissima componente di corruzione, ai quali resta la speranza di potersi insinuare di nuovo nelle pieghe del potere.

Non è sfuggito a nessuno, recentemente, di notare come qualche ferrovecchio (straniero residente in Tunisia) dell’entourage di Ben Alì, si stia facendo strada tirando fuori la stessa lingua avvezza a leccare i piedi al dittatore in cambio di prebende e privilegi, nel tentativo di adoperarla con i nuovi leaders, islamisti o laici che siano. Per questa marmaglia vale il motteggiar di Benigni: “Anda e rianda non importa. L’importante è godere.”

Ho sempre sostenuto, e da tempi non sospetti, che Nahdha presenta molte caratteristiche di quella che fu la Democrazia Cristiana nell’Italia del dopoguerra.
C’è solo da augurarsi che non corra troppo per emularne il divenire, e magari superarla, diventando quello che la DC in Italia era alla fine degli anni ’80.
Sarebbe almeno auspicabile che la prima fase, quella di De Gasperi e La Pira, durasse ancora qualche giorno.

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