La carta di Ghannouchi.

Rachid-Ghannouchi

La carta di Ghannouchi.
Giacomo Fiaschi
26 Giugno 2014

Il 23 Ottobre 2011 in Tunisia si svolsero le prime elezioni democratiche della storia della repubblica. Lo scopo era quello di eleggere una Assemblea Nazionale Costituente che portasse il paese, attraverso una “transizione democratica” il cui obiettivo principale, la redazione di una nuova carta costituzionale, è stato raggiunto nel mese di febbraio del 2014.
Il partito Nahdha, guidato da Rashid Ghannouchi, ottenne oltre il 41% del consenso popolare e la coalizione formata da Nahda, Ettakatol e CPR dette il via ai lavori dell’Assemblea Costituente che, grazie al lavoro della seconda delle due commissioni iniziali (la prima aveva come scopo quello di definire le norme del regolamento dell’Assemblea stessa) definì il quadro istituzionale provvisorio attribuendo le prerogative dei poteri provvisori dello Stato. Lo schema scelto dall’Assemblea fu quello tipico di una repubblica parlamentare: potere legislativo all’aula del parlamento, esecutivo al presidente del consiglio dei ministri nominato da un presidente della repubblica, al quale furono attribuite le funzioni essenziali di garante costituzionale (ovvero di quella cosiddetta “petite constitution” redatta dalla seconda commissione e adottata con votazione dall’Assemblea Costituente), a seguito delle consultazioni con i rappresentanti dei partiti politici eletti.
I benpensanti della borghesia tunisina, dall’ala conservatrice dei neodestouriani bourguibisti filofrancesi rappresentati da Beji Caïd Essebsi (primo ministro del secondo governo di transizione da marzo a ottobre 2011) a quella gauchiste e radical-chic davano per certa l’affermazione dei partiti laicisti e una modesta affermazione di Nahdha che, a loro dire, non avrebbe oltrepassato il 15-20%.
I risultati smentirono spietatamente le loro previsioni e Nahdha ottenne un risultato di oltre il 41% lasciandosi alle spalle con oltre il 20% di distanza i due partiti con i quali avrebbe formato la coalizione di maggioranza e un insieme di percentuali da prefisso telefonico di tutto il resto.

Ma il vero sconfitto di queste elezioni fu il “partito” del neocolonialismo francese che uscì letteralmente massacrato dalle urne.
Il governo di Beji Caïd Essebsi aveva avuto al suo interno ben quattro ministri di doppia nazionalità franco-tunisina, tutti e quattro residenti in Francia e tutti e quattro affiliati alla potentissima lobby dell’ATUGE, l’associazione francese dei tunisini diplomati nelle “Grandes Ecoles” francesi. La loro funzione non poteva che essere quella di “garanti d’amicizia” di quel neocolonialismo che dal 1956 ad oggi ha continuato a dominare la scena tunisina passando indenne da un’epoca all’altra, da una dittatura all’altra.
Rachid Ghannouchi è stato, sin dal suo rientro in Tunisia dopo ventitré anni di esilio londinese, il bersaglio preferito di questa componente, esigua ma potentissima, della società civile e politica tunisina che ha rappresentato non la classe “dirigente” ma la classe “dominante” del paese, totalmente distante dal popolo e concentrata esclusivamente sui propri interessi, legati a doppio filo con quelli delle lobbies francesi che controllano tuttora società partecipate di capitale importanza per il paese, quali STEG, SONEDE, COTUNAV, TUNISAIR, Tunisie Telecom, SNCFT, Banche, Assicurazioni…

A questo riguardo bisogna sottolineare il fatto che l’islamofobia, strumento principale dell’aggressione contro Ghannouchi, è solo l’elemento di facciata di questo accanimento. Uno strumento che, per quanto logoro sotto un punto di vista critico serio, funziona ancora bene dal punto di vista mediatico, a tal punto da far sorgere il legittimo sospetto che gran parte delle manifestazioni del più detestabile radicalismo siano in realtà orchestrate e finanziate da quei poteri forti che trovano la loro legittimazione unicamente dal fatto che si propongono come baluardo contro questa stessa minaccia.
La più verosimile e attendibile delle ragioni di questa offensiva è da cercarsi nella proposta politica che Ghannouchi da oltre tre anni porta avanti: quella di una via democratica e garantista dei diritti umani di un progetto politico che si ispira ai valori di una cultura genuinamente islamica, non ideologizzata né contaminata da istanze radicali e, soprattutto, dissociata da qualsiasi forma di violenza e di azione terroristica.

Questa posizione si contrappone frontalmente alle tre forme tradizionali di governance dei paesi arabo-musulmani, ovvero: monarchie saudite, repubbliche islamiche e dittature. Se gli stati occidentali avevano trovato, da una parte nelle monarchie saudite e nelle dittature la strada spianata alle diverse forme di neocolonialismo a garanzia di notevoli interessi (specie quelli legato al petrolio e ai ghiotti investimenti nelle grandi opere pubbliche), e dall’altra -attraverso pesantissime iniziative militari- una strada faticosa ma evidentemente in qualche modo redditizia per regolarsi con le repubbliche islamiche, la via di Ghannouchi rappresenta un’incognita temibile. Ma se per le potenze occidentali questa quarta via rappresenta un’incognita, per le monarchie saudite, per le repubbliche islamiche e per le dittatura rappresenta un pericolo reale che deve essere scongiurato ad ogni costo perché, nel caso di affermazione della via democratica, verrebbero meno le basi del loro potere. In Egitto questa strada, che a differenza di quanto è accaduto in Tunisia, ha incontrato maggiori difficoltà, è stato tutto sommato facile promuovere il colpo di stato che ha visto l’ennesima farsa elettorale incoronare il golpista Al-Sisi nuovo dittatore al posto di Mubarak. La zoppicante democrazia, introdotta troppo frettolosamente da un maldestro Morsi, stretta dalla tenaglia israelo-saudita ha capitolato altrettanto rapidamente. In Libia la complessità determinata dalla confluenza di interessi giganteschi collegati direttamente allo sfruttamento dei pozzi petroliferi, rende problematica e irta di dfficoltà la via d’uscita dall’impasse attuale, e il ricorso alla violenza (certamente sostenuto e finanziato da chi vuole il ritorno di una dittatura) complica in modo drammatico la situazione.

La Tunisia in tre anni ha dimostrato che la via democratica non solo è percorribile, ma che questa democrazia può essere promossa, sostenuta e garantita da una forza politica moderata che si ispira ai valori della cultura islamica. E’, questa, la carta di Ghannouchi. Una carta formidabile, che potrebbe far saltare il tavolo delle repubbliche islamiche, delle monarchie saudite, delle dittature e di quei paese che, come la Francia e gli Stati Uniti, hanno creato, sostenuto e protetto, a garanzia dei loro interessi, queste potenze.
Una carta potentissima e fragile, che potrebbe, se vincente, cambiare in modo radicale lo scenario geopolitico del mediterraneo e del medio oriente.

L’Italia, paese più prossimo alla Tunisia, potrebbe svolgere un ruolo formidabile, straordinario, in questo processo. Ma per farlo dovrebbe mettere in atto una politica estera che vada oltre una visitina fugace a Sidi Bou Said per incontrare un’associazione femminile e, dopo un paio di visite sbrigative con le autorità, un incontro durante il quale abbiamo ascoltato un bel predicozzo nel quale sono state decantate le virtù del popolo che ha mandato via un dittatore, smentito fra un telegiornale e un altro con battute non meno banali che ironiche sull’autunno che avrebbe seguito le primavere arabe.

Anche in questo caso abbiamo dimostrato tutta l’inadeguatezza ad assumere quel ruolo che la geografia vorrebbe regalarci e che la storia, per nostra responsabilità, ci nega.

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