Un appello sempre attuale.

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Ritorniamo Italiani
Adesso anno 1 n. 5 – 15 marzo 1949
di Pimo Mazzolari

La nostra terra non ce l’hanno portata via i tedeschi né gli altri. L’hanno martoriata là dove il fronte è sostato, ma è rimasta come sono rimaste le città con le loro ferite, che lentamente si rimarginano. Tutto si rifà: strade, ponti, fabbriche. Noi, no. Anche se confluiamo a crescere di numero, anche se parliamo la stessa lingua egli uomini del nostro risorgimento, si fa fatica a dire che siamo tornati italiani.
Parecchi sono rimasti fascisti per un’ostinata protesta, che se vale contro certi uomini nuovi, non tiene verso le nuove idee. Molti si sono allogati, più presto che in fretta, sotto un’altra livrea, pur di non viaggiare, vasi di terra tra tanti vasi di ferro. Qualcuno si dichiara indipendente, cioè di nessuno, neanche di se stesso, onde poter puntare sicuramente al momento buono sul cavallo vincente. Se si muove vuol dire che l’Italia c’è ancora. Infatti da monarchica è diventata repubblicana, da dittatoriale democratica, da imperialista rinunciataria. Ognuno si sforza di vestirla a suo modo per poterle voler bene, quasi fosse il vestito che ci lega alla mamma. Sono pochi oggi che osano voler bene all’Italia com’è: e an­che a quei pochi manca spesso il coraggio di dirlo, quasi fosse ver­gognoso questo umile amore.

Che vi siano stati italiani che l’abbiano amata male la Patria che si siano serviti di essa per arrivare dove sono arrivati, facendola sventurata e avvilita, è storia che non abbiamo avuto bisogno di leggere sui libri.
Ma se è dell’uomo il tradire ogni santa cosa, ciò che è buono resta buono nonostante i nostri tradimenti: e come non ci si può sciogliere dalla Religione sotto pretesto ch’essa è male rappresentata, così non ci si può staccare da una Patria abbandonata e tradita. Se siamo figliuoli cordiali, viene anzi voglia di amarla con maggiore passione, per restituirle la dignità offesa. Ma il mio timore più che al passato, il quale serve soltanto di pretesto a chi non ha cuore, guarda al presente, ove ci si premunisce contro il sentimento patrio, quasi fosse di bassa lega. Molti hanno paura di essere tagliati fuori dalla storia se profess­ano di voler bene al proprio paese, se ne parlano con rispetto, se pensano ai suoi morti e alle sue glorie con venerazione e compiaci­mento, se non si perdono in un universalismo che non si sa bene ancora cosa sia e che su certe labbra dà un senso equivoco e falso.

Come cristiano, credo e mi adopero perché l’avvenire, la pace e il benessere dei popoli battano questa strada, che è strada cattolica: ma per amare largamente ci vuole più cuore, per sentire la solidarietà europea e mondiale bisogna far crescere la nostra capacità d’amore. Invece, mi pare d’avvertire la crescita di un’indifferenza quasi omicida, quella che un giorno ha fatto dire a Caino: «sono io forse il custode di mio fratello?». Quando l’anima è congestionata da egoismi ferocissimi: quando a richiesta di una immediata soddisfazione ci affanna fino a farci dimentichi che anche il vicino di casa ha un volto umano: quando lo spirito di classe ci mette gli uni contro gli altri in un assurdo e pericoloso schieramento, che va dal piano interno a quello internazionale, quale forza potrà farci cittadini del mondo?

La Patria, è vero, non è l’ultima né tutta la casa dell’uomo: se poi si pensa che l’unità raggiunta in suo nome fu spesso a danno dei poveri e a servizio di pochi, posso anche spiegarmi certe indisposizioni e diffidenze. Ma se non è tutta la casa, è una casa dell’uomo, un luogo d’incontro e di sosta, un crocevia, dove si riesce a guardarci un po’ meno torvi: come quando ci si trova in Chiesa, anche se la fede non è la stessa per tutti.
Invece, di rimediare alle manchevolezze, stiamo per toglierla addirittura di mezzo, come altri vorrebbero cancellare la famiglia a motivo dei suoi egoismi non sempre sacri. In tal modo, uno dopo l’altro, spezziamo i vincoli umani, distornando gli incontri senza sostituirli, o quello che è peggio, sostituendo soltanto il loro gramo con surrogati che spaventano.

Il proletariato comunista chiama Patria la Russia, mentre gli altri guardano all’America: universalismo slavo o orientale, uni­versalismo anglosassone od occidentale. Che Thorez e Togliatti abbiano optato per la Russia contro l’America mi sembra logico e non mostruoso come è logica e non mo­struoso che gli altri, senza gridarlo, preferiscano l’America alla Russia. Certe indignazioni, quando i principi non sono più validi, danno un suono farisaico. Ognuno è libero di pensare che la salvezza venga da Oriente o da Occidente. Per trovare un componimento ragionevole di questa tragica divisione, bisognerebbe porci nella regola della convivenza democra­tica, che tutti praticamente rinnegano. Poiché il 18 aprile la maggioranza votò per l’Occidente piuttosto che per l’Oriente, quella scelta dovrebbe far legge secondo il gioco democratico obbligando moralmente la minoranza ai entrare nella regola di ciò che potrebbe anche chiamarsi il bene comune dichiarato dal prevalere dei suffragi. Il che sarebbe possibile qualora la coscienza democratica fosse superiore all’istinto fazioso, e la Patria più in alto dei Partiti.

Purtroppo, né la coscienza democratica è operante né la voce della Patria. Gli italiani sono tuttora sul piano dell’8 settembre, quando per amore di libertà alcuni si sono fatti ribelli. La resistenza continua ma in nome della parte contro la Patria, perpetuando e ag­gravando la frattura. Gli opposti giudizi sulle assoluzioni e sulle condanne della ma­gistratura, sui compiti della polizia e sugli scioperi, sono le prove della nostra immaturità democratica e dell’assenza di Patria. Come arrivare alla distensione quando ci manca una comune coscienza politica, un affetto comune e un comune altare, su cui deporre le armi fratricide e consumare i nostri rancori?

Vedo uno star male comune, una comune povertà che presto potrà divenire una comune rovina; ma non vedo una Patria comune: vedo il fascista e il partigiano, non vedo il fratello e l’italiano. Fascismo e Resistenza, sono due episodi della nostra storia che non vanno deprecati né esaltati oltre certi limiti, soprattutto essi non ci devono abbacinare né fissarci, sul passato. Se la Resistenza per colpa dei partiti, non avesse perduta la sua iniziale nobiltà, se avesse conservato intatto il patrimonio spirituale dei suoi Morti, se invece di scavare una trincea avesse costruito un ponte, avrebbe salvato l’Italia.

La nostra ingenerosità, che si buttò verso una giustizia senza equità, la nostra accidia che s’appoggia a quei di fuori, mantenen­doci in Patria l’animo di fuoruscito, ci sta consumando. Ieri no, ma oggi, fascisti e antifascisti si assomigliano, colmi di risentimento, di rancori e di odio gli uni egli altri. Ci siamo umiliati e offesi a vicenda: su l’uno e su l’altro nome, gli ignobili dell’una e dell’altra parte hanno rovesciato la propria volgarità. Il fascismo ha consumato gl’italiani: l’antifascismo minaccia di cancellarli.

In un’Italia, che non è più casa, è più facile fare il fascista che l’italiano, il partigiano che l’italiano. Si parla di Russia e d’America, d’Oriente e d’Occidente; non si parla d’italia.
Eppure i nostri morti sono morti per l’Italia.

Oggi Siamo di fazione sul calvario.

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