Democrazia è (…)

democrazia-e-partecipazioneDemocrazia è partecipazione, e non solo. Anche a Tunisi.

Dal 23 ottobre 2011 uno spettro si aggira per la Tunisia. Lo spettro dell’islamismo.
Ma è proprio l’islamismo il nemico da combattere in Tunisia?
A chiunque negli ultimi vent’anni sia capitato di sostare per più di due giorni visitando il paese senza limitarsi a soggiornare in un villaggio turistico o ad affacciarsi da una delle mostruosità galleggianti che da qualche anno approdano più volte a settimana al porto della Goulette, non sarà sfuggito certamente di notare tre cose:

  1. la spazzatura che imperversa ovunque
  2. un sistema ferroviario antidiluviano
  3. un’urbanistica che sembra progettata da un pazzo furioso.

Tutt’e tre queste cose infieriscono su uno dei territori più belli e ricchi di risorse naturali di tutto Mediterraneo. Un fazzoletto di terra dove possiamo raccogliere gli ovoli e i porcini e, ad una manciata di chilometri, passando per pianure e zone collinari dove la vite e l’olivo trovano il loro habitat ideale, troviamo i palmeti di una specie di dattero, il Deglet Nour, considerato dagli intenditori come uno dei migliori in assoluto. Passando per la costa troviamo a nord ovest una “macchia mediterranea” che si affaccia sul mare del canale di Sardegna prima e di Sicilia poi via via che si scende verso sud, dove transitano tutte le specie ittiche del Mar Mediterraneo.

Questo territorio, se amministrato con un minimo di rispetto per l’ambiente naturale, potrebbe essere una risorsa di inestimabile valore per il paese. Potrebbe essere. Il condizionale mai come in questo caso è d’obbligo, perché, di fatto, non lo è. E non lo è semplicemente perché è stato maltrattato, trascurato e selvaggiamente devastato da cinquantatre anni di assoluto malgoverno. Un malgoverno che, negli ultimi ventitre anni, ha combinato affari loschi con la feccia dell’Europa, Francia e Italia in testa.

Basta affacciarsi alla discarica di Djerba per capire come stanno le cose. Quasi trecentomila tonnellate di spazzatura indifferenziata interrate senza che venisse messa in atto alcuna di quelle tecniche di pretrattamento, indispensabili per la sicurezza dell’impianto. Tecniche che erano state, oltretutto, previste e, soprattutto, finanziate.

In questo caso è, in tutta evidenza, mancato, oppure (peggio) è stato esercitato in un certo modo, il controllo da parte di chi aveva il diritto ed il dovere di esercitarlo.

Non mancano le discariche a cielo aperto, come quella che si trova sulla strada che va da Tabarka ad Aïn Drahm, dove viene regolarmente incenerita en plein air la spazzatura, regalando quantità industriali di diossina e di chissà quali altre sostanze tossiche e porcherie di vario genere al terreno e alla falda idrica, a tutto maleficio dell’ambiente e della salute pubblica. A questo proposito riesce difficile comprendere il funzionamento dei neuroni del cervello di quanti, in nome della protezione dell’ambiente, si oppongono fieramente ai termovalorizzatori mentre non fiatano per questo scempio che devasta in modo drammatico l’ambiente stesso producendo più danni di tutti gli inceneritori del mondo messi insieme.

Prendere un treno in Tunisia è uno dei modi più efficaci per farsi del male. Chiunque abbia avuto la disavventura di salire sul treno che da Tunisi porta a Beja conosce perfettamente la tragedia della percorrenza di cento chilometri di autentico calvario che dura poco meno di tre ore viaggiando su carrozze sgangherate sballottate sui binari di una rete ferroviaria ultracentenaria.

Per quanto riguarda l’urbanistica c’è ben poco da dire. Basta fare un giro nel centro di Tunisi per rendersi immediatamente conto della totale inesistenza del minimo barlume di un’idea che solo vada oltre ad alcuni progetti stradali che sembrano pensati appositamente per creare buone occasioni di profitto per le aziende che realizzano tali lavori piuttosto che per rispondere alle reali esigenze di una popolazione costretta a fare i conti con una rete stradale che sembra inferocirsi ogni giorno di più contro il sistema nervoso di chi si illude di poter usare l’automobile in un contesto urbano che, specie nel centro storico, è assolutamente inadatto al traffico di veicoli a motore. La maggior parte degli edifici dei quartieri costruiti nel primo novecento, molti dei quali di pregevole fattura liberty, non hanno mai sentito parlare di manutenzione ordinaria e, ormai fatiscenti e spesso irrecuperabili, hanno i giorni contati. Al loro posto verranno fatte le solite colate di cemento che distruggeranno quel che resta di un paesaggio urbano devastato dall’incuria e dall’abbandono.

Con questi problemi aperti, che pregiudicano seriamente ed irrimediabilmente ogni possibilità di sviluppo delle attività economiche, specie quelle -di primaria importanza- legate all’agricoltura e al turismo, i soloni della politica tunisina perdono il loro tempo aggirandosi negli oscuri meandri delle discussioni sul velo, sulla religione e su altre faccende del genere, che nulla hanno a che vedere con il drammatico stato di cose che rischia di far precipitare nel baratro di una crisi senza via d’uscita un paese che avrebbe tutte le risorse per poter affrontare il proprio avvenire con dignità e con sicuro successo.

I due omicidi di Chokri Belaïd e di Mohamed Brahmi, portati a termine a distanza di sei mesi l’uno dall’altro con una tecnica che ricorda in modo impressionante quella della camorra napoletana, fanno pensare più al tentativo di rispristinare lo status quo dell’ancien régime (allo scopo evidente di poter perpetuare latrocini, lavaggio di danaro sporco, contrabbando di droga e quant’altro con le stesse facilities delle quali usufruivano grazie ai buoni uffici di una dittatura marcia fino all’osso) che ad attentati di origine politica e men che meno collegabili a organizzazioni terroristiche dello stesso tipo che le cronache ci hanno tristemente abituato a riconoscere. Questi due omicidi sono stati commessi da gente del mestiere. Pochi colpi di pistola sparati a bruciapelo su un bersaglio ben preciso e via. Niente cinture esplosive e niente stragi. Nessuna rivendicazione. Nessun proclama. Solo (si fa per dire) due morti ammazzati scelti accuratamente, e non a caso quindi, fra i bersagli “facili” (niente scorta)  e di sicuro effetto, collocati in un’area politica ben precisa dalla quale ci si sarebbe aspettato un insorgere maestoso nelle piazze numericamente e qualitativamente -in senso peggiorativo- ben diverso da quello che, poi è stato, di fatto, ottenuto.
Lo scopo è chiarissimo: scatenare una nuova insurrezione popolare di senso opposto rispetto a quella del 14 Gennaio 2011. Quella fu per la cacciata di un dittatore. Questa sarebbe stata provocata per un suo ritorno.

La rivoluzione per la democrazia è una gran bella e nobilissima cosa. Ma la democrazia non si costruisce sulle chiacchiere e sui proclami ideologici. La democrazia è prima di tutto partecipazione e viaggia sui binari di ferrovie moderne, su carrozze veloci e confortevoli, che azzerino le distanze ed avvicinino le persone perché collaborino a costruire il proprio avvenire senza distruggere il loro sogno e massacrare le loro speranze sui binari di una ferrovia antiquata e sgangheratissima. La democrazia celebra il proprio rituale in uno territorio pulito, ben tenuto, bene organizzato e, soprattutto, rispettato. Nel sudiciume non c’è democrazia ma solo dittatura e confusione. E del sudiciumaio della dittatura in Tunisia ce n’è stato anche troppo.

In Tunisia la democrazia significa oggi soprattutto questo: pulizia, efficienza delle infrastrutture e un ambiente che, rispettato, valorizzi appieno le risorse di un territorio straordinariamente bello e variegato.

Il resto sono solo chiacchiere inutili che fanno perdere tempo prezioso a chi, di tempo, ne ha sempre meno.

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Un pensiero su “Democrazia è (…)

  1. Infatti la Tunisia è un bellissimo paese che non è valorizzato, le ferrovie sono le peggiori che ho viste, andrebbero messi treni nuovi e con più carrozze, spesso i treni hanno pochi vagoni e si viaggia stretti come sardine soprattutto sul treno qui da Tunisi va a La Marsa, treno che viene utilizzato anche dai tanti turisti.

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