I benefici straordinari (…)

hamma-hammamismalltI benefici straordinari della Camomilla.

Hamma Hammami (nella foto a sinistra) è bell’uomo sulla sessantina ed è anche uno dei leaders dell’opposizione tunisina. In questi giorni ha promosso la cosiddetta settimana della collera, una iniziativa che, a partire dal 24 agosto, prevede l’organizzazione di tutta una serie di manifestazioni di protesta contro le autorità in carica dopo le elezioni del 23 ottobre 2011.

Pur essendo un convinto sostenitore della legittimità, anzi della necessità assoluta di garantire a chiunque la possibilità di esprimere liberamente il proprio dissenso, io credo che questa iniziativa, in un periodo come quello che il paese sta attraversando, rappresenti un errore, dovuto soprattutto al rischio di produrre conseguenze negative sul processo di transizione democratica. Un processo che, dopo quasi un secolo di colonialismo e un abbondante cinquantennio di dittatura, esercitata in tutto il periodo da due soli presidenti, è ragionevole pensare che richiederà un tempo superiore alle aspettative di chi vorrebbe vedere risultati immediati.

La democrazia non è, infatti, solo un insieme di regole da rispettare. Intendiamoci: le regole in democrazia sono importanti, ed il loro rispetto è indispensabile. Ma non ne sono la sostanza, quanto piuttosto lo strumento attraverso il quale la democrazia stessa esprime la propria essenza.
E l’essenza della democrazia è cultura, ovvero un modo di essere e di pensare alla vita comune improntato al rispetto delle posizioni altrui e alla volontà condivisa di contribuire al bene comune attraverso la partecipazione, intesa nel suo significato più ampio, generale e comprensivo possibile.
A questo riguardo voglio aggiungere che il popolo tunisino è più che evoluto sotto questo aspetto. Credo, personalmente, che lo sia molto più di quanto non lo sia quello italiano che negli ultimi venti anni ha perso gran parte del patrimonio culturale conquistato nel primo dopoguerra.
Ma resta il fatto che dovrà perfezionare il proprio modus vivendi democratico attraverso una sperimentazione diretta della democrazia stessa intesa come cultura condivisa, cosa che gli è stata negata, dal colonialismo francese prima e dalla dittatura poi, per intere generazioni nell’arco di quasi un secolo e mezzo.

Ma a contrastare la cultura democratica non c’è solo un difetto di sperimentazione dovuto alla storia recente del paese.

C’è anche un elemento che sfugge al controllo diretto delle forze politiche e che necessita di essere affrontato con estrema determinazione e piena consapevolezza della sua importanza.

E’ qualcosa la cui natura non è ideologica, bensì pratica e contrassegnata da una sua concretissima ragion d’essere.

Questo elemento si chiama interesse economico.

Ed è condiviso da quanti, proprio grazie alle caratteristiche del passato regime, hanno -in misura diversa-  potuto organizzarsi in modo tale da trarre vantaggi economici dalla situazione passata.

Possiamo raggruppare in due grandi categorie sociali quanti sono coinvolti nella condivisione di questi interessi: quanti operano nel settore della pubblica amministrazione e nelle società partecipate e/o controllate dalla medesima (trasporti, energia, comunicazione, banche ed assicurazioni, lavori pubblici…) e quanti operano in quel sottoinsieme del settore privato che, in varia misura e a vario titolo, traggono il loro profitto dalle attività imprenditoriali che sono collegate e dipendono, direttamente o indirettamente, dal settore pubblico e dalle partecipate di cui sopra.

Questi interessi, è bene sottolinearlo, sono enormi, giganteschi. Ed è comprensibilissimo il fatto che temano, degli effetti di un regime democratico, quello che per molti di loro rappresenterebbe la fine ineluttabile delle loro fortune: la possibilità di combattere in modo più efficace e diretto lo strumento principale del loro successo, la punta di diamante del loro savoir faire: la corruzione.

In una democrazia, compiuta e totale, che implichi l’adozione del più importante elemento che la sostiene, vale a dire il rispetto rigoroso e non negoziabile delle regole, la corruzione è da considerarsi senza alcun dubbio il male maggiore, il virus che infetta in modo mortale la società civile e lo stato stesso, deformandone in modo irreparabile il volto e svuotandolo della sua stessa essenza.

E’, pertanto, ragionevole aspettarsi che le reazioni ad un processo di democratizzazione della vita pubblica, da parte dei titolari (se non di tutti di una buona parte di essi) di questi interessi, siano particolarmente violente, ai limiti, e forse oltre i limiti, della legalità fino a spingersi alla promozione di azioni criminali finalizzate alla destabilizzazione del processo di transizione democratica e alla sua delegittimazione di fronte alla opinione pubblica.

E’ esattamente questo che è accaduto in Egitto, dove uno di questi interessi, annidato nell’esercito, tradizionalmente ancorato ad un ruolo improprio di governo attribuitogli dalle dittature al servizio delle quali è sempre stato, ha preparato con cura e messo in atto con ferocia il suo piano di eversione con un putsch che sta seminando morte e dolore in questo paese.

In Tunisia la situazione, pur essendo al riparo da questo male, presenta alcune problematicità che non sono state sufficientemente prese in considerazione (resta da capire se volontariamente o non) da parte delle forze politiche in campo e dai poteri transitori dall’altro: Presidenza della Repubblica, Presidenza dell’Assemblea Costituente, e le due Presidenze del Consiglio dei Ministri del Governo di transizione che si sono succedute dal 23 ottobre 2011 ad oggi.

La sensazione, sotto questo aspetto, è quella di un fortissimo e ragionevole dubbio.

Se, infatti, da una parte molto si è fatto per la sicurezza dello Stato, dall’altra sembra che la sicurezza dei cittadini sia stata messa in totale disparte, visto il dilagare della criminalità comune e il moltiplicarsi senza misura dello stato di abbandono di intere aree urbane nelle quali la sorveglianza delle forze dell’ordine è ormai totalmente assente.

E poco, o nulla, è stato fatto per la messa in sicurezza di siti particolarmente colpiti dalla dilagante corruzione del vecchio regime. Primi fra tutti le discariche, vere e proprie bombe chimiche, alcune delle quali, come quella di Djerba per esempio, sono il frutto evidente di un comportamento a dir poco criminale da parte di chi, nel settore privato, aveva il dovere di gestirle correttamente e non l’ha fatto e di chi, nel settore pubblico (ministero dell’ambiente) aveva il dovere di effettuare sistematici e regolari controlli e non l’ha fatto.

Il non aver messo mano ad una soluzione di questi problemi affrontandone l’origine, ossia la corruzione, e, peggio ancora, tentando un approccio ridicolo che prevedeva di risolvere il problema con la tecnica di mettere la sporcizia sotto il tappeto, ovvero cercando soluzioni che -in permanenza dello status quo e senza una azione intransigente nei confronti di corruttori e corrotti- appaiono fantasiose elucubrazioni, come quella dei progetti di compostaggio, è stato certamente uno degli errori più vistosi, tanto per citarne uno, commessi da chi aveva in mano le redini del governo. Ma forse in mano non aveva altro che la parvenza di queste redini e quanti avrebbero dovuto, nei ministeri e nelle partecipate, mettere in atto le disposizioni ha fatto solo finta di adeguarsi mentre, in realtà, ha continuato ad andare avanti esattamente come prima, magari prendendo qualche precauzione in più.

E’ chiaro che, in queste condizioni, diventa poco, pochissimo credibile l’assetto generale delle istituzioni in ordine ad un serio ed efficace processo di adeguamento alle regole di una democrazia reale.

Un processo di transizione democratica richiede a tutte le parti in causa di fare il possibile per evitare contrapposizioni dirette. Maggioranza e opposizioni in questo processo, e soprattutto nelle condizioni in cui si trova il paese in questo periodo, devono necessariamente saper rinunciare ad alcune delle caratteristiche proprie del loro ruolo che, in condizioni stabili, possono essere esercitate in pienezza.

Una settimana della collera è, dunque, l’ultima cosa della quale oggi si sente la necessità e penso che chi la sta organizzando, o è in cattiva fede, o non si rende conto di agire in favore di chi spera, desidera, e si sta adoperando attivamente affinché questa transizione possa naufragare e tornino al più presto i bei tempi.
I bei tempi della dittatura.

Forse farebbe bene, Hamma Hammami, a bere meno caffè e fumare meno sigarette, magari prendendo, prima di progettare iniziative, una buona tazza di camomilla: concilia il riposo, distende i nervi e fa bene anche alla pelle, cosa che regalerà un look ancora più charmant al vecchio Hamma, gran rubacuori della politica tunisina.

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