Ieri Chokri Belaïd. Oggi (…)

mohamed-brahmisIeri Chokri Belaïd. Oggi Mohamed Brahmi. E la domanda è sempre la stessa: cui prodest?

Tunisi 6 Febbraio 2013. Quattro colpi di pistola in testa hanno spezzato la vita di Chockri Belaïd, un uomo politico dell’opposizione. Due killer l’hanno aspettato davanti a casa. Erano in motorino e portavano la kashaabia, una specie di pastrano di lana grezza marrone con il cappuccio vagamente simile al saio francescano, che da queste parti rappresenta il capo invernale più comune nelle zone agricole e nei sobborghi delle grandi città. Hanno aspettato che uscisse e, una volta salito sulla sua auto, si sono avvicinati e hanno tirato fuori la pistola freddandolo a bruciapelo. Non un grido, non una rivendicazione, non un accenno d’emozione da parte degli assassini. Fatto il lavoro, via: l’assassinio di Chockri Belaïd si è svolto in modo tale da presentare tutte le caratteristiche di una vera e propria esecuzione. Una esecuzione fredda, spietata, crudele e senza errori, che rammenta in modo impressionante quelle tipiche della camorra napoletana e della mafia siciliana. Chi l’ha portata a termine sapeva esattamente cosa doveva fare, come e quando farlo e, soprattutto, ha pianificato l’omicidio in modo tale da fare immediatamente perdere le proprie tracce senza lasciare indizi né elementi utili a identificarne l’identità.

Tunisi,  25 Luglio 2013. Dopo 169 giorni dall’omicidio di Chokri Belaïd, nel corso della manifestazione in occasione della Festa della Repubblica, si ripete la stessa scena.
Questa volta il bersaglio umano è Mohamed Brahmi, deputato, anche lui di un partito dell’opposizione, anche lui, come Belaïd, privo di scorta. Un bersaglio relativamente facile da colpire, dunque, come lo è stato, sei mesi prima, Chokri Belaïd stesso.

Si resta a dir poco perplessi quando, dopo sei mesi di indagini dalle quali non è emerso assolutamente nulla di oggettivamente chiaro, si legge che l’unica dichiarazione da parte del ministero degli interni riguarda l’identità del presunto killer, sulla base di non si sa bene di quali elementi.
Identità che, guarda caso, è quella di un salafita di origini tunisine nato in Francia.

Riassumendo, gli elementi dei quali si è certi sono i seguenti:
1) Le modalità dei due omicidi sono perfettamente identiche: stessa tecnica di avvicinamento (con un motorino), stessa tecnica di esecuzione (colpi di arma da fuoco a distanza ravvicinata);

2) Entrambi non godevano della protezione di una scorta e, quindi, erano bersagli relativamente facili da individuare, da avvicinare e da colpire;

3) Sia Chokri Belaïd sia Mohamed Brahmi  erano personaggi di rilievo in due movimenti di sinistra certamente importanti ma altrettanto certamente non di dimensioni tali da rappresentare una minaccia, dal punto di vista politico, né come antagonisti nei confronti delle forze politiche al governo, né come concorrenti delle maggiori forze di opposizione;

4) Tanto Belaïd quanto Brahmi nei loro interventi pubblici si distinguevano per la particolare veemenza dei loro continui e ripetuti attacchi nei confronti del partito Nahdha;

5) Non è seguita nessuna rivendicazione da parte di un’organizzazione di qualsiasi genere, sia nell’uno sia nell’altro caso.

Nessuno, credo, può ragionevolmente pensare che questi cinque elementi possano rappresentare delle semplici coincidenze determinatesi per pura casualità. E’, al contrario, non solo possibile, ma anche verosimile, e più che probabile, che siano il risultato di un piano concepito dallo stesso soggetto, presumibilmente collettivo, avente un preciso scopo da raggiungere. Uno scopo che passa attraverso la politica, perché entrambe le vittime dei killers erano uomini politici.

E quale altro scopo è maggiormente perseguibile con più che ragionevoli possibilità di successo di quello che consiste nell’attentare alla già precaria stabilità di un sistema il cui quadro istituzionale è rappresentato da una non meno fragile che difficilissima “transizione” dalla dittatura alla democrazia?

A questo punto la domanda da porsi è sempre la stessa che ci ponemmo all’indomani dell’omicidio di Chokri Belaïd. E’ una domanda essenziale per capire cosa sta accadendo e, probabilmente, cosa accadrà nei prossimi mesi. Una domanda semplice: “cui prodest?”.

E la risposta può trovarsi solo ricercando non fra le persone, ma fra gli interessi. Perché sono gli interessi a smuovere i capitali e, dunque, i mezzi finanziari necessari da saldare il conto degli investimenti. Perché assoldare di killers professionisti per compiere due omicidi è un investimento. Un investimento che ha un obiettivo solo, chiarissimo ed evidente: quello di destabilizzare il paese e, possibilmente, incitare alla rivolta il popolo, al fine di far piazza pulita di ogni transizione democratica possibile e tornare rapidamente ad un governo forte, autoritario, con a capo un dittatore. Perché con un dittatore si tratta in modo molto più diretto e semplificato, eliminando tutte le pastoie parlamentari, e togliendosi dai piedi la costosa attività lobbistica necessaria per ottenere, di volta in volta, quelle leggi ad personam indispensabili per la miglior tutela di quegli stessi interessi che dominano la scena locale e internazionale, tutt’altro che assenti nel Nordafrica.

Chi, meglio di un dittatore, magari scelto fra una ristretta cerchia di candidati amici e foraggiato sistematicamente, in modo programmato per semplificare la contabilità dei bilanci, può corrispondere alle esigenze di questi interessi?

La risposta a questa semplicissima domanda: “cui prodest?” è, dunque, essenziale per individuare i mandanti di questi due delitti.

Una domanda semplicissima e terribile.

E la risposta, qualunque essa sia, non potrà esser definita che con questo termine: agghiacciante.

Sabato, 27 Luglio 2013, ore 10,30. Giorno dei funerali di Mohamed Brahmi. Vado a fare la spesa al grande Carrefour di La Soukra. Traffico regolare. Arrivo al Carrefour. Il parcheggio è pieno e il supermercato è gremito. La gente sta facendo la spesa per preparare la cena del Ramadan e si accalca ai banchi della verdura.
I telegiornali Italiani, intanto, raccontano che la Tunisia è in rivolta.
E  questo non è solo agghiacciante. E’ anche fortemente nauseabondo.

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