Il caso Prato: larghintesisti (…)

IMG_1788Il caso Prato: larghintesisti all’arrembaggio, ovvero anteprima un po’ affrettata d’uno spettacolo da non perdere.

Larghintesista è un orrendo termine, lo ammetto, ma non ne ho trovato un altro con il quale avrei potuto sostituirlo senza cadere nel turpiloquio.
E’ difficile infatti riuscire a definire, senza nel contempo offendere il definito, il comportamento di chi aspetta il momento giusto per mettere a segno un obiettivo, inseguito da tempo e desiderato da sempre, colpendo a tradimento il compagno di strada. Perciò ho preferito indicare una loro qualifica, per così dire, accessoria che, tuttavia, descrive il terreno di coltura di questo non certo lodevole comportamento: il terreno delle cosiddette Large Intese.
E’ quello che sta accadendo a Prato in queste ore, dove tre componenti della maggioranza nel Comune hanno annunciato la loro uscita alla vigilia della votazione del bilancio. Il che significa far cadere la Giunta, cosa che comporta necessariamente la nomina di un Commissario alla guida della Città.

Ma cosa è successo realmente dietro le quinte di questo teatrino miserevole?

Per comprenderlo bisogna capire ciò che è successo a Prato quando Roberto Cenni è stato imprevedibilmente e, soprattutto, inopinatamente eletto sindaco.

A Prato per sessantatré anni la città è stata ininterrottamente in mano ad una giunta di sinistra. E questo, in una democrazia, è il dato più inquietante. Né Ceaucescu né il colonnello Gheddafi, né i dittatori Bourguiba, Ben Alì e Mubarak erano arrivati a mantenere in mano il potere così a lungo.
Qual è stato il segreto, la formula magica che ha permesso che a Prato si verificasse un fatto così inusuale persino nelle dittature più robuste?

La risposta è: il Patto di Titanio. Il Patto di Titanio consiste in una intesa, fortissima e leggera perché messa in piedi da un ristrettissimo numero di individui, fra parte e controparte che rinunciano a farsi concorrenza grazie ad un accordo in base al quale si fa una spartizione delle poltrone e dei privilegi derivanti dall’esercizio del potere: comodato gratuito del palazzo comunale a me e cassa di risparmio a te, la presidenza di tal partecipata a me e la presidenza di talaltra partecipata a te, tre poltrone in quel consiglio di amministrazione a me ed altrettante a te in quell’altro e via di seguito.

In questo modo, e grazie a questo Patto di Titanio a Prato la sinistra ha fatto finta di governare con le sue giunte e la destra ha fatto finta di fare opposizione nei banchi del consiglio comunale. In realtà la città è stata usata come fonte di reddito per gli uni e per gli altri. Una sorta di mega-bancomat dalla quale tutti hanno attinto a man bassa per fare quello che volevano, come volevano e quando volevano, ad esclusivo vantaggio di lobbies e circoli nei sottoscala delle quali si incrociavano gli interessi di amici, compagni, camerati e fratelli in Cristo o di grembiule i quali, dopo aver dismesso i panni dei colori contrapposti, indossavano quelli del colore preferito: quello dei soldi.

Nel 2009 è successa una cosa strana. Il PD, diventato uno scomodissimo condominio nel quale convivevano due anime unite in matrimonio d’interesse, quella comunista e quella democristiana, è successo qualcosa che non sarebbe dovuta succedere. Hanno litigato. E l’anima democristiana alle primarie ha vinto su quella comunista, che ha inopinatamente perso. Al ballottaggio l’anima comunista ha fatto mancare quattromila voti al candidato uscito vincitore dalle primarie e ha vinto chi doveva solo andarci vicino per perdere di stretta misura. Quel tanto sufficiente a dare maggior forza contrattuale alla destra del Patto di Titano. Tradotto in soldoni, qualche poltrona, qualche seggiola, qualche strapuntino e qualche prebenda in più nel feudo.
Andò storta, è vero, ma i vecchi leoni e le vecchie volpi spelacchiate del Patto di Titanio hanno saputo aspettare.
Oggi, con le cosiddette “larghe intese” è arrivato il momento di giocare duro e i tre esponenti del dissenso, risucchiati da un grande vecchio del Patto di Titanio di parte PDL sono stati mandati o meglio telecomandati a distanza -dai banchi più autorevoli del consiglio regionale a Firenze- allo scoperto e si sono ritirati dalla maggioranza per far cadere la giunta adesso e mettere in mano la città ad un commissario in modo da liberarsi, finalmente del nemico numero uno del Patto di Titanio, ossia il sindaco Roberto Cenni.

Ovviamente il trombato del PD alle elezioni del 2009 non ha fatto nulla per nascondere la sua soddisfazione ma si è scoperto un po’ troppo arrivando ad affermare che è meglio un commissario della giunta attuale. Sarebbe facile replicargli che se è meglio un commissario oggi allora sarebbe stata meglio una calamità naturale che un sindaco definito dal tribunale “incompetente” su una vicenda, riguardante gli scellerati accordi sugli swap, firmati dalla giunta della quale faceva parte con un ruolo di primo piano, e quindi anche da lui che, almeno per professione, avrebbe dovuto garantire una competenza eccellente.
Ma sarebbe una polemicuccia da provinciali insistere su questo stesso piano.
La situazione oggi è di una gravità sconvolgente, e non solo e non tanto perché la sinistra, uscita sconfitta per la sua ormai inguaribile propensione a sbagliare di tutto e di più dove ha governato, come a Siena la vicenda del Monte dei Paschi ha impietosamente e drammaticamente dimostrato, ma perché il famigerato Patto di Titanio, che ha paralizzato la democrazia a Prato per oltre un sessantennio rischia di rientrare dalla porta grazie ai giochetti sporchi travestiti da nobile battaglia dei nanerottoli che ne sognano da sempre il ritorno.
Bisognerà aspettare non tanto la votazione del bilancio del 31 Luglio, bensì la sentenza della Corte di Cassazione il 30 Luglio.

Appena ventiquattr’ore di tempo per decidere se suicidarsi in un modo o nell’altro, per un motivo o per un altro. Perché comunque vada l’esito sarà funesto. A questo evidentemente i distratti paladini del Patto di Titanio non hanno sufficientemente fatto mente locale. Qualcuno, malignamente, avanza il sospetto che i tre siano stati convinti da promesse di carriera o di avanzamento significativo nella vita professionale. Io non ci credo neanche un po’. Nessuno meglio di loro sa, infatti, quanto siano inattendibili le promesse che si fanno in politica, dove lo scambio è diretto, pochi maledetti e subito, come nel commercio al nero.

Io credo, piuttosto, che si siano lasciati sedurre dal miraggio di uno scenario simile a quello dei cartoni animati: verosimile ma impossibile. Tale è, infatti, uno scenario del dopo 30 Luglio che preveda la permanenza in vita dell’attuale PDL e dell’attuale PD. Anche perché l’unica promessa che sarà mantenuta (e su questo nessuno, che lo conosca anche solo superficialmente può nutrire dubbi) è quella del sindaco Roberto Cenni: se il bilancio non sarà votato, il giorno stesso tutti a casa.

Vedremo cosa saranno capaci di fare nelle ventiquattrore del day after. E quello del giorno dopo, per quanto mediocre, sarà sempre uno spettacolo da non perdere.

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