Un uomo per una sola stagione: quella della dittatura.

Béji Caïd Essebsi: una vita al servizio del potere. Soprattutto del potere sporco. Vediamo le tappe della sua carriera politica.

  • Ministro degli Interni dal 1965 al 1969.
  • Ministro degli Esteri dal 1981 al 1986 sotto Bourguiba Presidente e Ben Alì Primo Ministro.
  • Ambasciatore in Germania dal 1987 al 1990.
  • Presidente del Parlamento dal 1990 al 1991.
  • Fu il braccio destro di Bourguiba e si specializzò, da suo Ministro degli Interni nella repressione distinguendosi nell’uso sistematico e scientifico della tortura.
  • All’età di 68 anni, dopo 38 anni di vita politica, nella quale aveva sempre rivestito sempre ruoli di primissimo piano, si è ritirato a vita privata rimanendo totalmente indifferente alla barbarie del dittatore Ben Alì, e guardandosi bene dal disturbarne la carriera.
  • Nominato Primo Ministro, dopo le dimissioni di Mohamed Ghannouchi nel febbraio 2011, dal Presidente ad interim Fouad Mbazaa, e sorretto unicamente da lui (e non da una maggioranza democraticamente eletta), ha formato il suo governo, ha scelto quattro ministri di nazionalità francese, tunisini per caso, tutti e quattro membri dell’ATUGE, l’associazione francese di ex allievi delle “Grandes Ecoles” francesi, patrocinata dai maggiori gruppi finanziari e lobbistici francesi.

In sintesi, un uomo al servizio del potere -qualunque esso sia purché non espressione di democrazia- pronto a tutto, anche all’uso della tortura e della repressione più criminale pur di mantenere in piedi il potere dei dittatori dei quali è stato servitore.
Oggi quest’uomo, all’età di ottantasette anni, ha la faccia tosta di proporsi come garante delle libertà democratiche di un popolo del quale ha contribuito a distruggere la dignità e negare la stessa libertà della quale si professa paladino con la credibilità di un baro professionista.

Amico e compagno di frequentazioni qatariote di Silvio Berlusconi, ha fondato un suo partito politico, all’indomani degli incontri con i potenti della finanza del Qatar, accompagnato dallo stesso Berlusconi, da Tarek Ben Ammar e dai Karoui di Nessma TV, la televisione tunisina di Berlusconi, Ben Ammar, i fratelli Karoui e Gheddafi.
Visto di buon occhio certamente e, quasi certamente, sostenuto, oltre che dal Qatar, dagli stessi soggetti francesi che controllavano fino a ieri la Banca Centrale Tunisina, e attraverso di lei le Banche e le Compagnie di Assicurazione, nonché La Steg (società nazionale di distribuzione di energia e gas), la Sonede (società nazionale di distribuzione dell’acqua), le SNCFT ferrovie dello stato), Le società di comunicazione (Tunisie Telecom, Tunsiana, Orange) e le società di trasporti Tunisair, Cotunav, etc etc. etc, oggi il vecchio Béji Caïd Essebsi parte all’attacco non tanto di Nahdha e di questo governo, ma dell’Assemblea Costituente.

Il suo unico obiettivo: una Repubblica Presidenziale per giungere, il più presto possibile, ad una Nuona Dittatura.
Lo scopo di questa manovra è soprattutto quello di garantire alle lobbies francesi il perpetuarsi all’infinito del controllo del paese, mettendole, finalmente, al riparo dei pericoli di una democrazia che finirebbe, ben presto, per azzerarne gli interessi.
Può contare, per la realizzazione di questo suo programma politico, sull’appoggio della borghesia dei quartieri “alti” di Tunisi, popolati di fiancheggiatori, non certo disinteressati, della longa manus del colonialismo sopravvissuto alla cosiddetta “indipendenza” negoziata al prezzo di una sostanziale sottomissione alla governante economica e finanziaria del paese da Bourguiba.
L’altro sostegno al suo progetto politico, Béji Caïd Essebsi lo cerca nelle classi della borghesia emergente del paese, alla quale strizza l’occhio dando ad intendere di voler promuovere quei diritti civili dei quali possono godere soltanto quanti godono di privilegi economici eccezionali, che verrebbero garantiti e moltiplicati dall’affermarsi di una nuova dittatura laica e priva di remore morali, devota ad un islam di facciata ridotto a pura manifestazione folkloristica la cui sopravvivenza sarebbe affidata al popolino ignorante, al quale verrebbe garantita comunque una scolarità di facciata che, seguendo l’impronta di Bourguiba prima e di Ben Alì poi, continuerebbe a sfornare all’infinito schiere di neodiplomati e neolaureati candidati alla disoccupazione o alla sottoccupazione nelle aziende terziste di sostegno alle imprese straniere, francesi in primis. Ieri le confezioni, oggi i call center e domani, chissà, persino i bordelli, perché no?

Un uomo, dunque, per tutte le stagioni? No: la sola stagione che conosce Béji Caïd Essebsi è la stagione della Dittatura, la sola cosa, parafrasando Machiavelli “che nacque per lui e che lui nacque per lei”.

Béji Caïd Essebsi senza una dittatura è come come un pesce fuor d’acqua. Un pesce che, come l’anguilla, può resistere fuor dall’acqua anche a lungo ma che, prima o poi, deve necessariamente reimmergervisi se non vuol crepare.
Béji Caïd Essebsi si sta preparando a quella che, verosimilmente, può considerarsi l’ultima impresa della sua vita (politica, ovviamente…): il ripristino dello status quo ante Ben Alì. Una dittatura nuova di zecca, fiammante e laicissimamente garante delle libertà -dell’alta borghesia ovviamente- e delle repressioni del popolino sciocco e volgare, a tutto beneficio di chi vorrà, potrà, o saprà mettersi al servizio del nuovo padrone.
Un padrone nuovo e, possibilmente, meno scemo meno cialtrone e meno nepotista di Ben Alì, ma non per questo meno volgare e meno sanguinario, ci mancherebbe.
Un dittatore perbene deve, infatti, sempre essere ricattabile da chi lo sostiene dietro le quinte: duro con il popolo ma morbido, morbidissimo con i suoi protettori, ai quali deve essere sempre e soltanto obbediente: noblesse oblige, che diamine!

Questo è il programma politico, il progetto vero di Béji Caïd Essebsi.
Tutto il resto è blah, blah, blah di una vecchia, vecchissima volpe della politica che, dopo averlo tirato in tasca ai tunisini per trentotto anni, e per i successivi diciotto aver beneficiato di una posizione economica di tutto rispetto senza muovere un dito contro il dittatore in carica, tenta di tirarlo in tasca per l’ultima volta ad un popolo che non ha mai amato e dal quale spera, invano, di ricevere quel consenso del quale, per comandare, ha sempre fatto volentieri a meno.
Finché ha potuto.

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