Ricordo di un Amico: Silvano Bambagioni.

Conobbi Silvano Bambagioni quando ero ancora studente di liceo. Era il direttore generale della Cap e Proposto della Misericordia di Prato. Poi, nel 1972, mi pare, fu nominato Presidente della Cassa di Risparmi e Depositi di Prato.

Nel giro di pochissimi anni riuscì a trasformare quella che era poco più di una “bancarella” in una delle più efficienti e dinamiche banche locali italiane.

Uomo dotato di straordinario senso pratico e di ottima cultura, seppe interpretare in modo geniale il suo ruolo arrivando a compiere un vero e proprio miracolo: quello di iniziare a trasformare un distretto che veniva considerato ovunque la capitale del “sommerso” (così si diceva allora per descrivere quella che in inglese veniva definita “moonlight economy”), in quell’ “area tessile pratese” che usciva dalle pastoie d’una dirigenza lobbistica, chiusa e ottusa, per affacciarsi sulla scena nazionale ed internazionale come una delle realtà economiche e produttive più dinamiche e meglio organizzate d’Europa. Prato conobbe, con il sostegno concreto d’una Banca che aprì le porte del credito alle piccole e medie realtà nascenti dando fiducia ad una nuova imprenditorialità che avrebbe fatto conoscere il “Made in Prato” in tutto il mondo, uno straordinario momento di sviluppo.

Silvano Bambagioni riuscì a trasformare quel “patto di titanio” che aveva sino ad allora voluto dire solo un consociativismo clerico-comunista allucinante, che nel tragico epilogo della vicenda dei “Celestini” nel 1968 aveva trovato il suo simbolo più eloquente, in un patto di solidarietà che oggi diremmo senza dubbio “civico” grazie al quale la città trovò la strada per evolversi con un balzo in avanti gigantesco.

Prato uscì dal sommerso e pose le basi culturali, politiche, economiche e finanziarie per affermarsi nel mondo come vera e propria capitale del tessile.

Dal 1972 al 1980, in otto anni il volto di Prato cambiò e divenne una vera città, che seppe dare al Paese non solo un esempio di vitalismo economico, ma anche culturale. Mentre le aziende “crescevano e si moltiplicavano”, il Teatro Metastasio decollò come una delle realtà più importanti nel panorama culturale del Paese. Realtà come quella del “Fabbricone” sotto la direzione di Luca Ronconi sono destinate a rimanere nella storia del Teatro Italiano.

Poi, sotto la pressione strisciante delle vecchie lobbies, la Cassa di Risparmio dovette fare i conti con l’ondata reazionaria del vecchio consociativismo e con i “rottamatori” dell’epoca i quali, dismesso l’eskimo e indossata l’uniforme degli “yuppies”, si fecero largo a gomitate e colpi bassi nelle istituzioni e nei partiti.

Negli stessi anni in cui “Attila diventò consigliere regionale”, come ebbe a dire Gaber, successe qualcosa che avrebbe fatto fare un balzo indietro pauroso non solo a Prato, ma a tutto il Paese.

Mentre Attila provvedeva, più che altro, a rifarsi il look e ad usare la politica come ascensore sociale procurandosi un alloggio adeguato al nuovo status, L’Unità iniziava a pubblicare l’andamento dei titoli in borsa e la classe operaia contava non pochi esperti di mercati azionari che “investivano” seguendo più gli indicatori di Piazza Affari che la dottrina di Marx.

Venne il tempo della “gauche caviar” anche in Italia, e le porte dei salotti romani più à la page si aprirono agli intellettuali dissacratori dei vecchi dogmi i quali trovarono in qualche discendente degli intellettuali della Magna Grecia la sponda giusta per far rimbalzare sui muri di gomma delle ideologie con acrobatica abilità la palla della politica, che diventava sempre più “spettacolo”, una specie di Circo Barnum con tanto di nani e ballerine appresso, senza rinunciare a qualche punta di irriverente provocazione grazie alla quale i militari di guardia al portone di Palazzo di Monte Citorio furono obbligati a salutare sugli attenti l’ingresso in aula dell’Onorevole Cicciolina.

Avevamo toccato il fondo? Non ancora, ma le premesse ci furono tutte.

A Prato, per esempio, la nuova alleanza fra vecchi arnesi del social-comunismo e nuova paccottiglia democristiana, entrambi reincarnatisi in una “nuova guardia” che, quanto ad arrogante supponenza non era seconda a nessuno, riuscì a smantellare in pochi mesi un accordo di solidarietà per la crescita che era stato onorato da persone come Bambagioni e Landini, per dar vita al nuovo patto di titanio il cui unico scopo fu quello di garantire non la crescita di un “sistema-città” e di un “sistema-paese” appena nato, bensì il comodato gratuito di palazzo comunale agli uni e l’accesso nella stanza dei bottoni agli altri.

Per sei lunghi e straordinari anni ebbi il piacere e il privilegio di collaborare attivamente con Silvano Bambagioni per dar vita all’osservatorio congiunturale dell’area tessile pratese. Presero il via, nel giugno del 1981, con la presenza di personaggi di primo piano come Beppe De Rita e Luigi Lucchini, i “Meeting di Artimino”. Fu realizzato il primo censimento del distretto tessile pratese, con rilevazioni accurate di oltre undicimila imprese di tessitura artigiana, oltre cinquecento filature cardate, più di trecento filature pettinate, più di centotrenta fra tintorie e rifinizioni e dieci carbonizzi. Poi iniziò l’assalto alla diligenza e le giovani truppe talebane bipartisan si unirono per portare su un vassoio la testa dell’uomo che aveva spezzato le catene del consociativismo per iniziare l’epoca di un’alleanza per la crescita. Come spesso avviene nelle grandi amicizie, a seguito di uno sgradevole confronto, sul quale potrei chiedere chiarimenti a qualche amico al quale non ho trovato ancora il coraggio di fare le domande giuste per il timore di ottenerne in risposta un silenzio o, peggio ancora, parole di circostanza, ci fu una rottura del rapporto di collaborazione e, sebbene a malincuore, decisi di non opporre resistenza ad una decisione che sapevo bene essere stata presa a seguito di pressioni provenienti dalle stanze segrete delle logge e delle cricche lobbistiche che, nel frattempo, preparavano il patibolo alle stesse persone che credevano di ottenere qualche favore preparandone uno al sottoscritto. Essendo a conoscenza, per vari motivi, di quel che si stava preparando dietro le quinte (era un segreto di pulcinella che tutti conoscevano ma che tutti facevan finta di non conoscere), me ne andai senza sbattere la porta, ben sapendo che sarebbe stato meglio per tutti, a cominciare da me.

Saltò, infatti, pochi mesi dopo, nel settembre del 1986, una Cassa di Risparmi e Depositi di Prato dopo sette mesi di assedio mediante sei ispezioni di una strana Banca d’Italia che, alla fine, colse l’attimo fuggente della massima esposizione in una delle ricorrenti e fisiologiche “crisi” per stracciarsi le vesti e gridare “crucifige!” all’indirizzo del suo Presidente Silvano Bambagioni, al quale non rimase altro da fare che avviarsi a quel patibolo di cui non gli fu risparmiata l’amarezza.

Prato perse così la propria Banca, che tanto dispiacere aveva procurato alle vecchie lobbies alle quali l’innovazione del sistema, anzi il sistema stesso, non garbava né punto né poco e tutto fu riportato a quella “normalità” grazie alla quale oggi Prato è si in ginocchio ma in compenso gode dello straordinario privilegio di essere l’unica città europea nella quale il primo cognome è Cheng.

Silvano Bambagioni aveva sognato un avvenire diverso per quella Prato che lui aveva adottato e che non volle, a un certo punto, più esser sua creatura, sedotta dalle lusinghe dei nuovi rampolli della new age politico-economico-culturale-finanziaria.

Se n’è andato in silenzio, quasi un anno fa, l’11 Agosto del 2011, all’età di ottantatre anni, con discrezione e senza grida, Silvano Bambagioni.

Un uomo, un amico che non potrò mai dimenticare. Lo ricordo oggi, con affetto sincero e con la gratitudine per essermi stato sempre, nei momenti belli e meno belli, amico e maestro. Dedico questo modestissimo ricordo ai suoi familiari, in particolare a Giovanni, con il quale mi onoro di continuare quel rapporto di sincera stima e amicizia che mi vide, trent’anni or sono, per sei anni affiancare suo padre in una delle più belle esperienze culturali della mia vita.

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