Dopo lo “Schiaffo di Tunisi” è in arrivo il manrovescio.

« Intanto guardate: Tunisi è là! (…) E ci sono i francesi là, che ce l’hanno presa a tradimento! E domani possiamo averli qua, in casa nostra, capite? »
(Luigi Pirandello, I vecchi e i giovani, 1913)

Da Wikipedia

Il trattato italo-tunisino del 1868
L’Italia aveva siglato un trattato con la Tunisia l’8 settembre 1868, per una durata di 28 anni, per regolare il regime delle capitolazioni. L’accordo internazionale garantiva alla Tunisia diritti, privilegi e immunità concesse a diversi Stati preunitari italiani. Gli italiani di Tunisia conservavano la loro nazionalità d’origine e non dipendevano che dalla giurisdizione consolare in materia civile, commerciale e giudiziaria, ma non in materia immobiliare, in cui, tuttavia, era riservata al console l’applicazione delle sentenze pronunciate dai tribunali del bey. L’uguaglianza civile assicurava agli italiani la libertà di commercio ed un vero e proprio privilegio d’extraterritorialità per i loro stabilimenti. In materia di pesca e di navigazione, beneficiavano dello stesso trattamento dei tunisini. Infine, il bey non poteva modificare i dazi doganali senza consultare preventivamente il governo italiano.

Lo smacco italiano
Benedetto Cairoli, il primo ministro che subì lo schiaffo di Tunisi e dovette rassegnare le dimissioni.
Il principale obiettivo di politica estera del secondo governo guidato da Benedetto Cairoli era la colonizzazione della Tunisia, cui ambivano la ricca Francia e la debole Italia. Cairoli, come prima di lui Agostino Depretis non ritennero mai di procedere ad un’occupazione, essendo in generale ostili ad una politica militarista. Essi, tuttavia, confidavano nella possibile opposizione della Gran Bretagna all’allargamento della sfera di influenza francese in Africa del nord (mentre, semmai, Londra era ostile al fatto che una sola potenza controllasse per intero il Canale di Sicilia).
Cosicché il governo si lasciò sorprendere, l’11 maggio 1881, quando i francesi procedettero all’occupazione della colonia. Essa diede ulteriore conferma della debolezza della posizione internazionale dell’Italia, e rinfocolò le polemiche successive al Congresso di Berlino. Gli eventi, in effetti, dimostravano la velleitarietà della politica del Cairoli e del Depretis, l’impossibilità di un’alleanza con la Francia e la necessità di un riavvicinamento con Berlino e, quindi, con Vienna, seppure obtorto collo.
Una simile inversione della politica estera dell’ultimo decennio, tuttavia, non poteva essere condotta dai medesimi uomini politici e Cairoli riconobbe la necessità di presentare le dimissioni, il 29 maggio 1881, evitando così che la Camera lo censurasse apertamente. Da allora di fatto scomparve dalla scena politica.

Il protettorato francese
La Tunisia, incuneata fra l’Algeria a ovest, colonia francese dal 1830 e la Libia a sud-est, ambita dall’Italia, era allora un obiettivo strategico francese. La debolezza dei bey, gli intrighi dei loro ministri, come Mustafà Khaznadar e Mustafà Ben Ismail, la pressione costante dei consoli europei, la bancarotta dello Stato divenuto ostaggio dei suoi creditori nonostante gli sforzi del riformatore Kheireddine Pascià, apriranno le porte all’occupazione francese il 12 maggio 1881 in seguito alla conclusione del trattato del Bardo sotto il regno di Sadok Bey. Il trattato privò lo Stato tunisino del diritto di legazione attiva incaricando «gli agenti diplomatici e consolari della Francia nei paesi stranieri […] della protezione degli interessi tunisini».
Circa al bey, non poteva concludere alcun atto a carattere internazionale senza averne informato in precedenza lo stato francese e senza averne ottenuto l’assenso. Ma l’articolo 6 del decreto del 9 giugno gli permetteva di prendere parte alla conclusione di trattati internazionali. Due anni più tardi, le convenzioni della Marsa, siglata il 5 giugno 1883, svuotano il trattato del suo contenuto e violano la sovranità interna della Tunisia forzando il bey a «procedere alle riforme amministrative, giudiziarie e finanziarie che il governo francese giudicherà utili» [2] Alcune decisioni non potevano essere prese senza aver ricevuto l’approvazione del residente generale di Francia in Tunisia e del segretario generale (francese) del governo. Infine, europei e tunisini erano rappresentarti alla pari (53 membri per ciascuna comunità) in seno al Gran Consiglio, assemblea consultiva eletta a suffragio universale secondo il sistema del doppio collegio.

Conseguenze 
Le potenze europee reagirono differentemente secondo i loro interessi: il Regno Unito s’affrettò a occupare a sua volta l’Egitto.
Gli immigrati italiani in Tunisia causeranno serie difficoltà alla Francia. Tuttavia, poco alla volta il problema rientrò e gli italiani già immigrati in Tunisia poterono optare in seguito per la cittadinanza francese per beneficiare degli stessi vantaggi dei coloni francesi.

Dopo lo schiaffo di Tunisi c’è il rischio che arrivi la labbrata o meglio il manrovescio.
Eh si, perché, di fatto, dopo quella cosiddetta indipendenza, che altro non fu che un compromesso, frutto di un negoziato con la Francia, di Habib Bourguiba, in base al quale veniva tolto il cosiddetto protettorato ma non il controllo sulle grandi società di distribuzione dei beni e dei servizi pubblici (trasporti, energia, acqua, comunicazioni) e, soprattutto, della Banca Centrale, nulla è cambiato sotto questo aspetto.
Neppure dopo il 14 Gennaio. Anzi.
La Francia, dopo una prima sbigottita reazione (dovuta anche al maldestro comportamento del suo ministro degli esteri che, in vacanza a Tabarka ospite di un facoltoso imprenditore non certo oppositore del dittatore Ben Alì, voleva intervenire facendo arrivare una fornitura extra di lacrimogeni da Parigi in soccorso alla polizia che reprimeva il popolo tunisino) si è immediatamente ricomposta. E, da subito, ha tirato fuori i soliti artigli: quattro dei ministri del governo Essebsi erano di doppia nazionalità, ossia franco-tunisini. Uno di loro non era neppure in grado di leggere i documenti in lingua araba. Avevano, i quattro francesi, un’inquietante caratteristica comune: erano tutti membri dell’ATUGE, un’associazione francese con sede a Parigi, Londra e Tunisi, il cui sito appare essere sponsorizzato da Orange, il gestore di reti mobile francese.
A cosa fosse dovuta la presenza di questi quattro ministri nel governo transitorio del dopo 14 Gennaio 2011 è poco chiaro, ma è facile intuirlo.
La Francia non ha mai cessato di essere sul territorio tunisino con una sua posizione neocolonialista. Il prezzo della indipendenza istituzionale di facciata fu, infatti, quello di lasciare intatto il potere di esercizio e di controllo delle più importanti aziende partecipate dallo stato.

Se ieri per i francesi l’all’erta era per il peril italien, oggi il vero peril è tunisien e italien. Se, infatti, Tunisia e Italia mettessero in atto quello che la geopolitica chiede loro, per i Francesi comincerebbero, almeno nel mediterraneo, tempi duri.
Fortunatamente per loro il cervello dell’Italia è in tutt’altre faccende affaccendato e sarà difficile che un politico nostrano si svegli dai torpori, bungabunghiani o antibungabunghiani che siano, e i tunisini faticano assai ad immaginare sé stessi del tutto liberi di quel vincolo coloniale che li vede succubi da oltre un secolo e mezzo di un paese che ha loro imposto regole, stile di vita e persino la lingua. Un paese che ha sostenuto, appoggiato, protetto e difeso i due dittatori che l’hanno lasciata nelle vere condizioni che sono emerse in tutta la loro sconcertante crudezza dopo che il 14 Gennaio 2011 ha tolto il bavaglio all’informazione.

C’è da aspettarsi poco dal Paese di quel che resta della liberté, dell’egalité e della fraternité di una volta, a proposito della quale vengono in mente i versi del Giusti:
“Fratello si perdìo
ma voglio che il fratello
la pensi a modo mio.
Altrimenti, al macello!”

Di sicuro i francesi non sono rimasti, e non resteranno, con le mani in mano. Quale sia il loro obiettivo qualcuno già lo sospetta. Noi, per pura scaramanzia, preferiamo non esprimerci.

Cosa sarà della Tunisia del dopo 14 Gennaio 2011? La strada è incerta ma la mèta, se non cambia qualcosa, è sicura. E non promette nulla di buono.

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