Come il due di picche a briscola.

Dopo che Nahdha si è affermato nelle elezioni del 23 ottobre del 2011 con il 41% dei voti, in Tunisia la situazione generale ha subito un cambiamento progressivo che, a partire dall’insediamento del governo presieduto da Hamadi Jebali, si sta manifestando con segnali sempre più forti.

Per capire meglio la situazione occorre rammentare che la seconda commissione dell’Assemblea Costituente, che aveva il compito di definire i poteri provvisori delle cariche istituzionali, nel mese di dicembre sottopose all’Assemblea quella che è stata definita la petite constitution, attribuendo ai presidenti della Repubblica, dell’Assemblea Costituente e del Consiglio dei Ministri poteri tipici di una repubblica parlamentare. La Tunisia, quindi, non ha più, di fatto, un primo ministropremier che dir si voglia, come invece hanno i monarchi e i presidenti di una repubblica presidenziale ai quali compete la titolarità del governo della nazione. Questa titolarità di governo compete al presidente del consiglio dei  ministri, il quale è legittimato a governare dal voto di fiducia dell’Assemblea Costituente, ovverosia il Parlamento eletto in questa fase transitoria, e al quale lo stesso Parlamento può togliere la fiducia in qualsiasi momento. Gran parte dei poteri che erano nelle mani del presidente della Repubblica sono, così, stati messi in quelli del presidente del Consiglio dei Ministri.

Il primo grande, e sostanziale, cambiamento registratosi in Tunisia dopo le elezioni del 23 ottobre è stato, dunque, il passaggio da una repubblica presidenziale ad una repubblica parlamentare.

Ed è su questo elemento che ruotano gli avvenimenti di questi mesi.
La repubblica presidenziale in Tunisia è stata, infatti, per due volte in cinquantatre anni, l’anticamera della dittatura.
Di quella dittatura che, in Tunisia come altrove, tanto piace e tanto è stata utile a quelle potenze ex coloniali le quali, dopo aver concesso, negoziandola, l’indipendenza ai paesi che occupavano, sono rimaste saldamente abbarbicate in quei territori attraverso il controllo delle società di gestione dei servizi pubblici nei settori dell’energia e dell’acqua, delle comunicazioni, dei trasporti e spesso delle banche centrali.
L’interlocutore unico plenipotenziario, ovvero il dittatore, rappresenta per queste potenze una garanzia di stabilità indispensabile per poter rimanere indisturbate al loro posto. Vedersela con i giochi politici di un parlamento dove maggioranza e opposizione si confrontano è, infatti, troppo complicato e certamente poco auspicabile per chi ha bisogno di fare quello che vuole, come vuole, con chi vuole, quando e come vuole.

E’ chiaro, allora, come in Tunisia questo governo, espressione di una scelta che va nella direzione della repubblica parlamentare, rappresenti un primo obiettivo da colpire: delegittimarlo significa sostanzialmente mettere in crisi quella stramaledettissima petite constitution partorita dalla seconda commissione dell’Assemblea Costituente che, se dovesse uscire bocciata da un insuccesso delle istituzioni i cui poteri sono stati definiti sulla base dei principi fondamentali della repubblica parlamentare, spingererebbe la stessa Assemblea Costituente a decidere per una repubblica presidenziale, anticamera certissima di una nuova dittatura.
Ut erat in votis.

Resta da capire come si muoveranno le potenze straniere in gioco. Dalle loro scelte, e magari dagli accordi che dietro le quinte vengono, di volta in volta, presi, abbandonati, ripresi e via di seguito, dipenderanno molti dei giochi che danno vita a questo strano show tunisino per il quale vale la regola di ogni spettacolo: the show must go on. L’importante è che, alla fine, l’applauso vada ad un nuovo dittatore, pardon, un nuovo interlocutore unico alla testa di quella repubblica presidenziale che l’Assemblea Costituente dovrà, responsabilmente, votare per non lasciare nel caos il paese.
Ut erat in votis. Non in quelli, beninteso, del popolo che ha votato il 23 ottobre 2011 nelle elezioni democratiche.
Ma anche nel nuovo ordine mondiale quello che decidono i popoli conta.
Come il due di picche a briscola.

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2 pensieri su “Come il due di picche a briscola.

  1. Buongiorno Giacomo ! Tu parli dei giochi delle potenze straniere ed in questo son d’accordo con te. Gli altri giochi,in una repubblica parlamentare,sono quelli dei differenti partiti che rischiano ,se non esiste il bipartitismo,di provocare l’ingovernabilità di una Nazione.Per il valore del due di piche a briscola,i tunisini conoscono la briscola…o la belote ?

    1. E’ l’eterno dubbio, carissimo Roberto: meglio crepar di canchero o di peste? L’ideale sarebbe né l’uno né l’altra ma né io né te, da vecchi post-idealisti ci crediamo troppo. Da parte mia ho sempre pensato che una, sia pur sgangheratissima, repubblica parlamentare, con tutti i difetti e i rischi che comporta, sia sempre da preferirsi ad una dittatura mascherata da repubblica presidenziale. In Tunisia ne sa qualcosa chi l’ha assaggiata: in cinquantatre anni due “presidenti” hanno dimostrato che la repubblica presidenziale è il lasciapassare costituzionale per la dittatura.
      A proposito di briscola e belote, no problem. Credo che siano espertissimi in tutt’e due: quando si tratta di giocare a carte da queste parti vien fuori fuori la più smagliante forma di multiculturalità che mai si sia visto.

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