Buona razza non mente. Tunisi, Avenue Bourguiba 9 Aprile 2012.

“Avete facce di figli di papà. Vi odio come odio i vostri papà. Buona razza non mente. Avete lo stesso occhio cattivo. Siete pavidi, incerti, disperati (benissimo!) ma sapete anche come essere prepotenti, ricattatori, sicuri e sfacciati: prerogative piccolo-borghesi, cari. Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti, io simpatizzavo coi poliziotti. Perché i poliziotti sono figli di poveri.”
(Pier Paolo Pasolini, 1968)

A più di quarant’anni di distanza vedo ripetersi le stesse cose. E mi riconosco oggi, da vecchio, nelle stesse parole di Pier Paolo Pasolini nelle quali mi riconobbi, allora, da giovane.
Allora in Italia c’era chi mestava nel torbido, tanto nella penombra di logge massoniche deviate dove si tramava per far saltare il sistema e riportare “ordine e disciplina”, quanto nei salotti di mature signore che, alluzzate dagli afrori di selvatici giovanottoni rivoluzionari, facevano accomodare sui loro raffinati sofà quegli Attila in eskimo portatori, insieme con le loro idee, di quel vigoroso sex-appeal proletario che tanto faceva tendenza all’epoca. Il risultato fu il caos totale, che vide si naufragare inesorabilmente tanto i pruriti tardovulvovaginali delle attempate papesse della gauche-caviar e radical-chic romana quanto i deliranti progetti golpisti dei colonnelli in pantofole, ma vide anche andare a ramengo quella fantastica utopia di chi sognava un mondo diverso, governato da regole nuove ispirate a valori umanistici.

Del caos generale seppero avvantaggiarsi quei grigi burocrati che hanno trasformato l’Italia in quella palude grigia che vide Attila sedersi, senza più l’eskimo addosso e incravattato e ingiacchettato per benino, in consiglio regionale o in parlamento.

A Tunisi in questi giorni ho avuto la sensazione di assistere a qualcosa che ho già visto in passato e che avrei fatto volentieri a meno di rivedere. Spero che non vada a finire nello stesso modo ma ho paura che la speranza abbia a cedere il posto allo sconforto.

Ad ascoltare la retorica vuota con la quale si gabellano slogan confezionati con l’aria fritta contro un governo sempre più traballante per conto suo, già messo alla prova dalle sfide terribili di un’economia allo sfascio e che rischia di saltare da un giorno all’altro senza il bisogno degli isterismi  ideologici di chi ha fatto della piazza il tempio della protesta, della lotta perpetua, della propria endless revolution senza rendersi conto che la nave sta affondando, quando si assiste allo spettacolo deprimente messo in scena ad arte per provocare lo scontro, quando si ha di fronte a se tutto questo allora viene da chiedersi se davvero questo paese ce la farà a sfuggire alle insidie di chi vuole intrappolarlo in una terza, laicissimamente illuminata e illuministica, dittatura nuova di zecca.

Ieri, quando gran parte della polizia era al servizio d’un despota ingordo e ignorantissimo, stavano zitti e s’accontentavano della paternalistica tolleranza del dittatore, che chiudeva un occhio sulle loro marachelle, sui loro spinelli fumati di nascosto che lui stesso, o meglio la famiglia, forniva di contrabbando. Oggi quei rampolli s’incazzano contro i poliziotti che eseguono gli ordini d’un ministro al quale una volta si rimprovera il fatto di lasciar correre quando non interviene per zittire gli eccessi di salafiti e controsalafiti, e un’altra di usare la polizia per reprimere gli eccessi dei buoni, ai quali, ovviamente si deve concedere il lasciapassare per violare ogni regola, per oltrepassare ogni limite, per fare, insomma, quello che gli pare e piace, quando vogliono, come vogliono e dove vogliono. Tutto questo fa il gioco di chi ha come obiettivo quello di far saltare in aria il paese per rimetterlo in mano a un dittatore. Ma a loro non interessa. A loro interessa solo di poter continuare a fare quello che facevano prima. E la rivoluzione è un pretesto straordinario per difendere le loro piccinerie. Se poi ci scappa il morto pazienza. La colpa è sempre dei poliziotti che, come i loro padri, sono sempre sporchi brutti e cattivi.

La citazione di Pasolini è dedicata ai rampolli della Tunisi-bene che ieri scorrazzavano baldanzosi sui SUV e sulle BMW nuove fiammanti per le vie del quartiere Ennasr e che oggi sfilano, sempre baldanzosi, in corteo per inneggiare alla rivoluzione.
Buona razza non mente.

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